CLASS ACTION: GIOVANI LEGALI, BENE MA LEGGE PERFETTIBILE
di ANSA
(ANSA) - ROMA, 16 NOV - L'Anpa-Giovani legali italiani "accoglie con moderato ottimismo la nuova normativa che introduce la cd "class action" anche in Italia, dopo che ciò era già avvenuto in Danimarca, Francia, Portogallo e Francia. Non è sicuramente la più auspicabile delle leggi possibili in materia, ma è sempre meglio una legge perfettibile che la stasi assoluta". E' quanto afferma l'associazione in una nota, sottolineando di condividere il tetto del 10% da applicarsi alle parcelle degli avvocati, in modo che queste azioni collettive non siano strumentalizzate economicamente. "Quali possibili miglioramenti - aggiunge l'associazione - é auspicabile una maggiore tutela per le imprese, che comunque saranno obbligate, dalle class action, a migliorare i propri servizi, ed una più chiara indicazione delle associazioni legittimate ad agire".(ANSA).
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COMUNICATO STAMPA

 GIOVANI AVVOCATI: “CLASS ACTION? UNA LEGGE PERFETTIBILE, MA MEGLIO UN PASSO IN  AVANTI CHE IL NULLA”

 

“L’ “A.N.P.A.-GIOVANI LEGALI ITALIANI”  accoglie con moderato ottimismo la nuova normativa che introduce la cd “class action” anche in Italia, dopo che ciò era già avvenuto in Danimarca, Francia, Portogallo e Francia.

Non è sicuramente la più auspicabile delle leggi possibili in materia, ma è sempre meglio una legge perfettibile che la stasi assoluta. Questa legge avrà infatti il grande merito di obbligare tutte le parti politiche a migliorare eventualmente la disciplina approvata ieri al Senato.Condividiamo il tetto del 10% da applicarsi alle parcelle degli avvocati, in modo che queste azioni collettive non siano strumentalizzate economicamente. Forse - quali possibili miglioramenti - è auspicabile una maggiore tutela per le imprese, che comunque saranno obbligate , dalle class actions, a migliorare i propri servizi, ed una più chiara indicazione delle associazioni legittimate ad agire.

Per noi giovani avvocati, la classe forense deve essere sempre più vicina agli interessi dei consumatori ed in quest’ ottica l’ “A.N.P.A.-GIOVANI LEGALI ITALIANI” ha aperto da qualche settimana una friendship con il nuovo forum di discussione  www.unionegiovaniavvocati.it ove vi è un apposito spazio in favore dei cittadini che potranno chiedere sommari consigli legali su qualunque problema legale.  dichiara   Gaetano Romano , Presidente dell’  Associazione Nazionale Praticanti ed Avvocati -Giovani Legali Italiani”.

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http://www.mondoprofessionisti.eu/
Indagine Ocse sulle liberalizzazioni
L'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ha avviato una indagine esplorativa sullo stato del sistema regolatorio in Italia e sulle liberalizzazioni
Tema centrale, la verifica dell'esistenza di limitazioni al settore privato e alla libertà di impresa, ma non solo. Infatti, buona parte degli incontri che la commissione avrà con le diverse rappresentanze del mondo politico, economico e professionale, dall'11 al 15 febbraio, vertono anche sulla riforma delle professioni. Tra gli invitati ai meeting vi è la Federazione Nazionale degli Ordini, la cui delegazione composta dal presidente Giacomo Leopardi, dal vicepresidente Andrea Mandelli , dal segretario Maurizio Pace e dal direttore Antonio Mastroianni, sarà ascoltata indomani 14 febbraio. I temi dell'incontro, parzialmente anticipati dalla commissione dell'OCSE, comprendono dunque la valutazione della natura e dello stato di attuazione delle riforme relative alle libere professioni introdotte nel 2006. In particolare, la FOFI è chiamata a dare il suo punto di vista sulla vendita dei farmaci da banco negli esercizi commerciali, la possibilità per società di farmacisti di possedere più di una farmacia, la possibilità per i farmacisti di costituire più di una società di farmacisti e, infine, la possibilità per le farmacie di fare pubblicità. Ai rappresentanti della categoria si chiederà anche se possiedono dati aggiornati sugli sconti praticati su SOP e OTC nelle farmacie private e comunali, nelle parafarmacie e nella grande distribuzione. Infine sarà affrontata la questione della procedura di infrazione avviata nei confronti dell'Italia da parte della Commissione europea, che contesta il divieto di acquisto di partecipazioni da parte di imprese di distribuzione di medicinali in farmacie private o comunali e la riserva di titolarità di farmacie private ai soli farmacisti o persone giuridiche composte di farmacisti. Questi punti, in tutto o in parte, saranno affrontati anche nelle audizioni del ministero della Salute e di quello dello Sviluppo economico
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COMUNICATO STAMPA
GIOVANI AVVOCATI: “ PLAUDIAMO ALL’INTERVENTO DELLA COMMISSIONE EUROPEA CONTRO IL VINCOLO DELLE TARIFFE MASSIME”

“Apprendiamo con piacere che la Commissione europea ha deciso di inviare un parere motivato all'Italia in cui si contesta il vincolo obbligatorio delle tariffe massime degli avvocati. Auspichiamo che il nuovo governo si adegui nei prossimi due mesi all’ autorevole intimazione della Commissione Europea , altrimenti confidiamo che la Commissione rinvii il tutto alla Corte di giustizia delle Comunita' europee.
Con la prossima abolizione del divieto di oltrepassare le tariffe massime ordinistiche, si chiuderà un importante processo di modernizzazione del rapporto tra il cittadino ed i professionisti.
Con orgoglio rivendichiamo come sin dal 2004 - all’interno dell’avvocatura - l’ “A.N.P.A.- GIOVANI LEGALI ITALIANI” abbia posto come impellente il problema di una maggiore competitività degli studi professionali attraverso l’abolizione dei vincoli tariffari, del divieto di far pubblicità informativa nonchè attraverso la possibilità di costituire società multidisciplinari.
Il prossimo Governo dovrà completare l’opera di modernizzazione del sistema professionale sollecitata con coraggio negli anni scorsi anche dai vertici di Confindustria ed iniziata meritoriamente dal precedente Governo mettendo al centro degli interessi il cittadini consumatore, le imprese ed i Giovani professionisti
 
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Resiste lo stop alle tariffe minime
da Italia Oggi

Una sentenza della Corte costituzionale salva il decreto Bersani sulle liberalizzazioni
È legittima anche la pubblicità allo studio professionale

Il decreto Bersani passa a pieni voti l'esame alla Consulta. Resistono, infatti, le norme sulla liberalizzazione delle professioni che hanno introdotto in Italia, fra l'altro, l'abolizione delle tariffe minime e la possibilità di fare pubblicità al proprio studio. E' quanto affermato dalla Corte costituzionale che, con la sentenza n. 443 di ieri, ha dichiarato non fondata la questione sollevata in riferimento all'art. 2 del dl 223 del 2006. Fra le mille perplessità dei professionisti e soprattutto degli ordini, con la manovra bis sono state abrogate le disposizioni concernenti le tariffe obbligatorie fisse o minime. Non solo. È caduto il divieto «di pubblicizzare i titoli e le specializzazioni professionali, le caratteristiche del servizio offerto e il prezzo delle prestazioni». È venuto meno anche «il divieto di fornire all'utenza servizi professionali di tipo interdisciplinare da parte di società di persone o associazioni fra professionisti». È già la seconda volta che il Veneto prova a smontare la manovra più discussa del governo Prodi. Sono materie, ha detto la difesa regionale a sostegno della questione sollevata, che devono essere regolate con la partecipazione delle regioni e non in via esclusiva dallo stato. C'è violazione dell'art. 117 della Costituzione. Ma sotto il profilo delle competenze il Collegio di palazzo della Consulta non ha ravvisato nessuna irregolarità. Il salvagente usato è la «tutela della concorrenza»: l'art. 2 del dl 223, infatti, sbaraglia i limiti alla concorrenza imposti dalle norme abrogate.E, si sa, questa materia appartiene in via esclusiva allo stato. Dunque, per il momento la Corte costituzionale ha certificato che il decreto Bersani è stato emanato da chi era competente, senza addentrarsi sulla conformità delle singole norme alla Carta fondamentale. Anche se, in sentenza, non mancano cenni ai numerosi imput lanciati dall'Europa nel senso della liberalizzazione delle professioni. «Con particolare riferimento alle restrizioni alla concorrenza nel settore delle professioni», si legge in fondo alle motivazioni, «si deve, infatti, segnalare la Relazione sulla concorrenza nei servizi professionali presentata dalla Commissione il 9 febbraio 2004. Il 5 settembre 2005, la Commissione ha presentato il seguito della suddetta Relazione, in cui si giunge alla conclusione, tra l'altro, che gli Stati membri dovrebbero avviare un processo di revisione delle restrizioni esistenti, con riferimento sia alle tariffe fisse, sia alle limitazioni di pubblicità». E poi, spiega ancora il Collegio, «con specifico riguardo alle professioni legali e all'interesse generale al funzionamento dei sistemi giuridici, il Parlamento europeo ha adottato, il 23 marzo 2006, una risoluzione, nella quale si riconosce che «le tabelle degli onorari o altre tariffe obbligatorie» non violano gli artt. 10 e 81 del Trattato, purché la loro adozione sia giustificata dal perseguimento di un legittimo interesse pubblico». Debora Alberici
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Il Segretario Nazionale Ivano Lusso nell' articolo del "Sole 24 Ore Nord Ovest" del 24 Ottobre 2007 intitolato "Il Marketing piace agli Avvocati" si sofferma sui dati di una ricerca estiva del CENSIS secondo cui , almeno nel Nord-Ovest,sono aumentati del 20% gli investimenti in pubblicità, specie da parte dei Giovani Avvocati.
 
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Proposta sul Corriere della Sera : Paghiamo gli Avvocati a forfait
"Giustizia? Costi tedeschi»
di Massimo Sideri - 3 dicembre 2007 Corriere della Sera
Marchesi: l’inefficienza fa più paura della Cina
 
MILANO - «Pagare gli avvocati a forfait, come si fa in Germania e non più a prestazione». La proposta non piacerà di certo ai legali. E infatti lei, Daniela Marchesi, ricercatrice Isae e collaboratrice de lavoce.info, mette le mani avanti. E specifica che non è colpa degli studi di avvocatura se l’inefficienza della giustizia italiana pesa anche sulla crescita economica, come ha detto solo mercoledì, il governatore Mario Draghi parlando al termine della tradizionale «lezione Baffi». È come l’assassinio sull’Orient Express, chiosa: tutti implicati, nessun colpevole. Anche perché un altro tema cardine è quello dei tribunali troppo piccoli per essere efficienti. Però, aggiunge, «bisogna rompere il circolo vizioso nel punto più fattibile». Che è appunto l’incentivo, del tutto legittimo con le regole attuali che prevedono un grado molto alto di garanzie, a superdocumentare i processi civili rendendoli molto lunghi. «II nodo sta nell’eccesso di garanzie che si trasforma in un vantaggio per chi non rispetta le regole - spiega la Marchesi. L’avvocato della parte che ha torto è spinta ad allungare così il processo a vantaggio del proprio assistito. Paradossalmente, a causa delle parcelle a prestazione - una sorta di cottimo - se tentasse di semplificare accelerando la chiusura del giudizio sarebbe pagato di meno. Dall’altra parte anche l’avvocato di chi crede di aver subito il torto subisce l’atteggiamento del collega e produce documenti su documenti». Ecco svelato uno dei misteri della lungaggine dei processi civili italiani. Ma con delle parcelle a forfait non si rischia di spingere i legali a chiudere il più velocemente possibile la causa magari anche perdendo? «No - spiega la ricercatrice che su questi temi ha pubblicato diversi libri editi da Il Mulino - perché la riforma Bersani ha gia previsto il correttivo e cioè il premio in caso di vittoria per l’avvocato». Insomma, per la Marchesi una riforma di questo genere sarebbe più di un passo avanti. Se non c’è il colpevole ci sono però le vittime di un iter giudiziario lento. E non sono le grandi aziende «perché nei grandi casi, si arriva all’arbitrato». Ma le pmi. È su di loro che si abbatte il «circolo vizioso dell’inefficienza che crea una barriera all’ingresso per chi è fuori dal circuito perché le aziende per assicurarsi sul rischio giustizia preferiscono firmare contratti con partner che conoscono». Una valutazione dell’impatto arriva da un rapporto Capitalia sugli ostacoli alla crescita delle piccole e medie imprese: l’inefficienza giudiziaria pesa per il 12% contro solo il 2% della concorrenza asiatica e il 7% della carenza infrastrutturale. La voce è seconda solo alla burocrazia che pesa per il 17%.
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La Commissione europea stringe il cerchio e aumenta la pressione sull'Italia, affinché faccia cadere i tetti sulle tariffe massime imposte agli avvocati. Il commissario al Mercato interno, Charlie McCreevy ha inviato un parere motivato a Roma, secondo stadio della procedura d'infrazione, per l'esistenza di tariffe forensi massime obbligatorie anche in campi, come il diritto commerciale o societario, nei quali non sono giustificate dall'esigenza di garantire il diritto dei cittadini alla difesa. Se l'Italia non farà cadere i tetti esistenti entro due mesi, scatterà il deferimento alla Corte di Giustizia europea.
L'intervento di Bruxelles, avviato con una lettera di messa in mora anticipata dal Sole 24 Ore del 23 marzo scorso, è volto soprattutto a eliminare vincoli ingiustificati all'attività sul mercato italiano di grandi studi legali stranieri. E a tutelare perciò anche il diritto di imprese o professionisti italiani di rivolgersi a law firms di altri Paesi europei, qualora lo ritengano più opportuno a prescindere dagli alti onorari.
Secondo McCreevy, le tariffe massime forensi italiane configurano una violazione degli articoli 43 e 49 dei Trattati Ue che tutelano la libertà di stabilimento e la libera prestazione dei servizi. In quanto costituiscono un ostacolo all'esercizio della professione sia di tipo quantitativo che per la struttura intrinseca. In base all'atto di accusa di Bruxelles, la normativa italiana non permette di remunerare adeguatamente, in sede di giudizio, i costi sostenuti da un avvocato straniero. Il professionista di un altro Paese europeo, anche se preferito dal cliente italiano, non può infatti applicare tariffe superiori a quelle massime nazionali, nemmeno per tenere conto delle spese di viaggio e traduzione. Né può contare su un'adeguata liquidazione da parte del giudice, quando agisca in tandem con un avvocato italiano, esercitando una prestazione temporanea.
Non va poi dimenticato che il tariffario italiano fissa tetti per tipo di prestazione e mette perciò in difficoltà quegli studi legali stranieri che in genere fatturano ai clienti un onorario in base alle ore di lavoro degli avvocati impegnati, a prescindere dal genere di attività svolta.
Bruxelles ha preso in esame anche le motivazioni che potrebbero giustificare la presenza di un tetto alle tariffe forensi. Ed è giunta alla conclusione di considerarle ammissibili, per tutelare il libero accesso alla giustizia, nel campo della difesa di diritti fondamentali della persona fisica, e cioé del diritto penale e di famiglia. I tetti tariffari non sono invece considerati giustificabili dalla Commissione nei rapporti tra persone giuridiche e nelle aree del diritto societario, commerciale, civile, amministrativo e tributario.
È la terza volta che Bruxelles attacca le tariffe degli avvocati italiani. Una prima lettera di messa in mora fu inviata nel luglio 2005 e mise sotto accusa i tariffari italiani sulle attività stragiudiziali, e una seconda (o prima complementare) partì nel dicembre 2005 e stigmatizzò anche i tariffari giudiziali. McCreevy prese però poi atto che i principali elementi di rigidità erano caduti, grazie al decreto Bersani (convertito dalla legge 248/2006), che abolì il rispetto delle tariffe obbligatorie minime per le professioni regolamentate. Restano ora nel mirino le tariffe massime. Visto che, secondo Bruxelles, quando non siano in gioco i diritti fondamentali della persona, nel rapporto tra cliente e avvocato, dovrebbe prevalere la libertà contrattuale, accompagnata dalla possibilità di contestare gli onorari ritenuti eccessivi di fronte al Consiglio dell'Ordine o a un altro organo competente.
 
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COMUNICATO STAMPA
GIOVANI AVVOCATI: “ PLAUDIAMO ALL’INTERVENTO DELLA COMMISSIONE EUROPEA CONTRO IL VINCOLO DELLE TARIFFE MASSIME”

“Apprendiamo con piacere che la Commissione europea ha deciso di inviare un parere motivato all'Italia in cui si contesta il vincolo obbligatorio delle tariffe massime degli avvocati. Auspichiamo che il nuovo governo si adegui nei prossimi due mesi all’ autorevole intimazione della Commissione Europea , altrimenti confidiamo che la Commissione rinvii il tutto alla Corte di giustizia delle Comunita' europee.
Con la prossima abolizione del divieto di oltrepassare le tariffe massime ordinistiche, si chiuderà un importante processo di modernizzazione del rapporto tra il cittadino ed i professionisti.
Con orgoglio rivendichiamo come sin dal 2004 - all’interno dell’avvocatura - l’ “A.N.P.A.- GIOVANI LEGALI ITALIANI” abbia posto come impellente il problema di una maggiore competitività degli studi professionali attraverso l’abolizione dei vincoli tariffari, del divieto di far pubblicità informativa nonchè attraverso la possibilità di costituire società multidisciplinari.
Il prossimo Governo dovrà completare l’opera di modernizzazione del sistema professionale sollecitata con coraggio negli anni scorsi anche dai vertici di Confindustria ed iniziata meritoriamente dal precedente Governo mettendo al centro degli interessi il cittadini consumatore, le imprese ed i Giovani professionisti
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Uno stralcio dell'articolo "Via le Caste,strada aperta ai più giovani"
Bersani:indispensabile superare familismo e corporativismo
di Liva Pandolfi (I.O.)
 
[......................] Domanda ..........." Il dibattito in corso sulla meritocrazia, la scarsa mibilità sociale e le caste investe anche e soprattutto i giovani che vogliono lavorare e rischiare in proprio.Qual'è la sua ricetta per trasformare l'Italia in un paese delle occasioni e dell'equità?
 
Risposta del Ministro Bersani:"Per favorire la meritocrazia, per "indebolire le caste" e dare spazio ai giovani occorre, innanzitutto una politica che superi la cultura del familismo,del corporativismo e del localismo.Serve un'Italia che sta con chi bussa alla porta, che apre la strada ai giovani e che si occupa di chi vuole aprire una farmacia o fare l'avvocato, non avendo il vantaggio di essere "figlio d'arte", nè la fortuna di conoscere qualcuno".
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Uno stralcio dell'articolo "Voglio i giovani nel pd" de "Il Tirreno" del 15.07.2007
 
[......................] Secondo la Melandri politiche giovanili non sono solo politiche assistenziali perchè i giovani non devono essere visti come un problema ma come una risorsa.Sono piuttosto "le liberazzazioni di Bersani, la riforma degli ordini professionali,che fa saltare un pò di tappi impedendo che solo i figli di avvocati o arichitetti diventino avvocati o architetti"
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Studi legali sempre più sui media  da (I.O.)
16/7/2007
Cresce la visibilità delle law firm sui giornali dopo le liberalizzazioni del ministro Pierluigi Bersani
Un business da 10 milioni per le agenzie di comunicazione
 
Agenzie di comunicazione alla conquista del mercato legale. Con una torta da spartire che tocca quota 10 milioni di euro. Secondo un'elaborazione di ItaliaOggi, infatti, a tanto ammonterebbe il valore totale della comunicazione istituzionale delle firm, eventi esclusi. E quel che è certo, è che a un anno dal decreto Bersani, che ha sciolto i lacci della comunicazione per gli avvocati, le agenzie sono preparate a coglierne i frutti. Non solo prendendo incarico di gestire in toto la comunicazione istituzionale degli studi, ma anche semplicemmente comunicando quali sono gli advisor legali in particolari operazioni finanziariue e societarie. ItaliaOggi ha contattato tre agenzie di comunicazione. Ed è emerso che Barabino & partners (Bonelli Erede Pappalardo e altri) prevede, per il 2007, uno sviluppo del 40% dell'area. Mentre oggi rappresenta il 5% del fatturato complessivo. Weber Shandwick(Ughi e Nunziante) ha creato una task force ad hoc, dedicata appunto alle firm. Image Building (Nctm e altri) è pronta a sfruttare le «ottime possibilità di sviluppo del mercato legale». Insomma, se forse il decreto Bersani non ha influito sulla pubblicità relativa al costo dei servizi (si veda ItaliaOggi del 16 giugno scorso), ha incentivato, però, la comunicazione istituzionale. Con Barabino & partner che, a oggi, assiste sei studi legali, dei quali uno internazionale, e ha creato un'area espressamente dedicata al legal. «La comunicazione, per gli studi legali», ha spiegato Claudio Cosetti, partner della società, «sta diventando un'area con sempre maggior peso per una società quale Barabino & partners, specializzata in comunicazione corporate ed economico finanziaria». «La nostra attività», ha detto ancora Cosetti, «è strutturata con l'obiettivo di coprire le diverse esigenze di comunicazione dello studio sia nell'area dell'attività di media relations che in aree quali la comunicazione visiva. I servizi variano da 50 a 120 mila euro l'anno». Mentre secondo Giuliana Paoletti, fondatore e amministratore unico di Image Building, «il recente decreto Visco-Bersani ha cambiato l'approccio alla comunicazione degli studi legali e ha portato molte firm a esternalizzare questo tipo di attività. Anche Weber Shandwick ha rilevato «una profonda accelerazione e apertura, anche delle boutique nazionali, nei confronti della comunicazione», ha dichiarato Pier Lodigiani, director practice corporate della società.Tra gli studi legali che, invece, hanno deciso di internalizzare la comunicazione, con strutture ad hoc, ItaliaOggi ha sentito Freshfields e Pavia e Ansaldo. Che reputano più vantaggioso, dal punto di vista operativo, non affidarsi a un'agenzia. «La comunicazione è un elemento molto importante e delicato per Freshifields», ha spiegato Mario Ortu, socio, «quindi affidarsi a una struttura interna, per continuità e contiguità, diventa una necessità». Anche per Roberto Zanchi, managing partner di Pavia e Ansaldo, «una risorsa interna può meglio comprendere le esigenze di comunicazione dello studio, riflettendo all'esterno lo stile proprio della nostra firm e fornendo quindi un prodotto meno standardizzato». Aggiunge Elisabetta Saura di Norton Rose che quella interna è una comunicazione di lungo periodo. Creata non solo per apparire sui media per creare delle buone relazioni con l'esterno che possono portare a incrementare il business dello studio. «Ed è», conclude, «un servizio che costa molto meno rispetto a quello affidato a un'agenzia».Gabriele Ventura e Ignazio Marino
 
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Per i legali d’Inghilterra porte aperte alla Borsa 
9/7/2007 Il Sole 24 Ore
www.ilsole24ore.com
 
Avvocati. Possibile la quotazione dal prossimo anno
 
La professione legale «non è come un negozio di alimentari a Grantham» (località in cui era droghiere il padre dell’en premier Margharet Thatcher). Solo venti anni fa questo era il ritornello degli avvocati inglesi, il cui spauracchio era il modello americano: «dove gli avvocati sono mercanti che inseguono ambulanze e piombano sulla scena di ogni incidente per procacciarsi lavoro». Oggi il mercato dei servizi legali inglesi è una realtà che si prepara a sbarcare in Borsa. Lo prevede, dal 2008, il Legai services bill, che Michael Roch, partner della società britannica di consulenza e formazione manageriale per i servizi professionali Kerma Partners, ha esposto qualche giorno fa a Milano, davanti a un parterre di law firm prevalentemente italiane. Studi che si posizionano sul segmento più elevato dei servizi alle imprese, che già si considerano essi stessi “imprese” sui mercati internazionali e ai quali il dibattito su riforma delle professioni, tariffe e pubblicità appare già superato dalle esigenze della globalizzazione. Il Legai services bill infatti, introduce, tra raltro, la quotazione in Borsa per gli studi legali, consentendo la vendita di una quota di minoranza non superiore al 25 per cento. «Sarà un “Big Bang” — ha detto Michael Roch — più o meno pari al trauma che furono le liberalizzazioni imposte nel 1987 dalla Thatcher. Allora la Law society ingaggiò una battaglia durissima e mediatica contro la “svendita” della professione. Battaglia che perse». Un disorientamento che però ha portato una nuova fase di sviluppo. «La crisi nei settori tradizionali —ha spiegato Daniel Muzio, ricercatore dell’università di Lancaster, che studia l’economia delle professioni — ha semplicemente spinto la professione a sviluppare nuovi mercati. Ad esempio, l’infortunistica, un’area che è cresciuta a ritmi molto sostenuti, in parte alimentati dall’introduzione di nuove formule tariffarie come il no-win no-fee, per cui l’avvocato viene pagato solo in caso di vittoria, ricevendo però, in questo caso, un sostanzioso premio sulla sua parcella». L’altra area di gran crescita è rappresentata dal diritto societario e commerciale; in questo campo la professione legale ha tratto beneficio dalla “locomotiva” economica rappresentata dalla City di Londra. «Da più di un ventennio — ha spiegato Roch— si è assistito in Gran Bretagna a un processo di consolidamento organizzativo. La professione inglese è ormai altamente dominata dai grossi studi associati». Basti pensare che nel 2000 poco più di 100 grandi studi, con più di 25 soci, impiegavano il 36% degli avvocati e generavano il 50% del fatturato professionale. Dieci anni prima le rispettive quote erano il 23% ed il 38 per cento. Oggi una vera e propria multinazionale del diritto come la Clifford Chance, il più grande studio legale al mondo, ha più di 600 soci, quasi 3 mila avvocati e produce un fatturato di un miliardo di sterline, e utili per più di 300 milioni.Il segreto? «Giovani talenti, un calibrato sistema di incentivi economici e di formazione costante, software e tecnologia per standardizzare le procedure. Manager e logiche per massimizzare l’efficienza e ridurre i costi», risponde Roch. E se in Gran Bretagna è stato rilevato che è stata la middle class a soffrire maggiormente la polarizzazione tra servizi ad altissimo livello (e di caro prezzo) e mercato di basse prestazioni, «proprio in questi ultimi anni, molti studi medi si stanno riposizionando sulla domanda di servizi legali delle famiglie e delle piccole imprese. Proprio perché hanno individuato un mercato». Ma se per molti avvocati la prospettiva è di essere dipendenti, quale destino hanno i piccoli studi? «Ogni Paese è diverso», ammette Roch. «La ricetta inglese è stata associarsi, stringere partnership con i grandi studi, magari per presidiare aree in cui non è conveniente aprire filiali. E ancora, offrire servizi di nicchia, Insomma, specializzarsi». Laura Cavestri
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Indagine completa ad un anno dalle liberalizzazioni in favore dei Giovani del Ministro Bersani
 
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La carica dei web-professionisti  
3/9/2007  Il Sole 24 Ore
 
Pareri legali via chat gratuita dalla scrivania di casa. Blogger favorevoli alle liberalizzazioni "targate" Bersani con rimandi al proprio studio legale. Ma anche i primi spot pubblicitari, in salsa casalinga, in onda con un click sulla vetrina, per esempio, di YouTube. Un po' per protagonismo, un po' per fare business, avvocati, commercialisti, notai sono sempre più presenti sulla rete. Sono stati costretti per anni, e con qualche ritrosia, a informatizzare i sistemi di trasmissione, a dialogare con i siti delle Entrate e quelli istituzionali. E la caduta degli ultimi paletti alla pubblicità – dopo l'entrata in vigore del primo Dl Bersani sulle liberalizzazioni, oltre un anno fa – ha aperto ai professionisti iscritti agli Albi strade inesplorate per farsi conoscere. Ma la velocità cui viaggiano le possibilità offerte da una tecnologia sempre più integrata rischia di travolgere i paletti tradizionali della deontologia, della comunicazione «corretta e veritiera», del «divieto di accaparramento della clientela». E fa soprattutto breccia tra i professionisti under 40: informatizzati, in cerca di un mercato e pronti a sperimentare.
Siti personali e video-spot.Il filone pubblicitario più numeroso, in rete, è quello dei siti degli studi legali. Il comma 4 dell'articolo 17-bis del Codico deontologico forense chiarisce che «l'avvocato può utilizzare i siti web con domini propri e direttamente riconducibili a sé, previa comunicazione al Consiglio dell'Ordine». Tanto che sono nate anche società specializzate nella creazione di siti per studi legali. «Gli avvocati maturi – spiega, per esempio, il titolare di Opelegis.net – non credono nelle potenzialità della rete, a differenza dei più giovani, che però hanno pochi soldi e preferiscono il fai-da-te». In un anno la società ha realizzato una ventina di siti web per studi. Tariffe: dai 300 ai mille euro per realizzarlo (a parte le spese di aggiornamento e mantenimento del dominio in cima ai motori più "gettonati"). Sui quali si intercettano anche i primi pionieristici videospot di legali che, seduti alla propria scrivania, presentano il loro studio e i servizi offerti. Ma c'è anche chi si spinge oltre, e si lancia in filmati amatoriali, con voce fuori campo e immagini di dissapori coniugali e sinistri per "raccontare" i servizi offerti.
I blog. Nel codice deontologico non sono mai menzionati. Ma il vero fenomeno nella comunicazione professionale è il blog. Innanzitutto, perchè è gratis. È uno spazio in rete in cui si può scrivere, inserire foto e video appoggiandosi a una piattaforma. Diari personali facilmente aggiornabili. Ma chi è veramente responsabile dei contenuti, dei pareri legali attorno cui si anima la community? «Sono un appassionato della rete - spiega l'avvocato Michele Antonio Giliberti - e già da un paio d'anni gestisco un blog personale. Così è nata l'idea di aprirne uno per pubblicizzare lo studio. È soprattutto uno spazio virtuale in cui dialogare e confrontarsi con gli altri». Per i blog non esiste una normativa di riferimento. «Non avendo regole da seguire – afferma Giliberti – mi sono guardato attorno e attenuto a quello che pubblicano anche gli altri colleghi». E quando su qualche blog si raccontano i "successi" dell'avvocato o del suo studio, dove si fissa il confine della pubblicità elogiativa o dell'accaparramento della clientela, entrambi proibiti? Da strumento di promozione a mezzo di comunicazione tra avvocato e cliente il passo è breve. Uno studio milanese ha attivato Skype: ovvero, il software che permette di conversare attraverso il computer. Gratis o quasi. Per trovare un professionista è necessario iscriversi a una piattaforma a pagamento. Per gli utenti c'è anche un incentivo: chiunque si registra può indicare il costo al minuto per la consulenza offerta – nel caso specifico 150 euro l'ora circa – e ricevere il pagamento via PayPal appena conclusa la conversazione.
La deontologia. «L'articolo 17 bis del Codice – spiega il presidente del Consiglio nazionale forense, Guido Alpa – non limita i mezzi da usare. Radio, Tv, web, la pubblicità è libera. Il controllo è semmai nei contenuti, veritieri, corretti e verificabili. Ma è impossibile vigilare sull'intera rete. Inoltre, la consulenza legale non è materia riservata, dunque chiunque può dispensare consigli su video in rete». Le armi degli Ordini – ammette Alpa – sono spuntate. «Dei blog non ci siamo occupati ma sono un fenomeno da studiare. Con un'interpetazione estensiva si potrebbero assimilare ai siti web». Ma come si vigila sui contenuti di un "diario" in continuo aggiornamento? «Il fatto è che mezzi e contenuti sono del tutto impalpabili. Se scrivo informazioni scorrette, aggressive, errate o lesive, si possono cancellare, chiudere il sito o il blog in ogni momento». Insomma, le guardie rischiano di intervenire quando i buoi sono già scappati. Laura Cavestri e Francesca Milano
 
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Ospitiamo un piccolo intervento del Presidente Nazionale Gaetano Romano:
 
"Ogni uscita dei testi dei famosi Professori ed editorialisti Alesina e Giavazzi rappresenta un fondamentale contributo per le liberalizzazioni, per la modernizzazione , per i Giovani (specie Professionisti).
Il famoso appello "L'Italia ce la può fare" del 2006 recava oltre la mia firma, quelle prestigiosissime di altri 14 importantissimi Personaggi tra i quali spiccano senza dubbio i Professori Alesina e Giavazzi"
Questo nuovo importante libro continua su quella scia.
 
Il libro-provocazione di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi che animerà la nuova stagione politica
Perché il liberismo è di sinistra
Un' Italia più efficiente va a favore degli outsider
di Dario di Vico
Corriere della Sera, 6 settembre, 2007
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"Da qualche mese in alcuni supermercati e autogrill italiani giovani farmacisti vendono medicinali a un prezzo inferiore del 20-30 per cento rispetto alle vecchie farmacie di città. Chi è più di sinistra? Chi liberalizza commercio e professioni o chi permette che le farmacie si tramandino di padre in figlio consentendo loro di far pagare a prezzi esorbitanti anche medicinali comunissimi come l' aspirina?". Comincia con un esempio assai concreto quello che si candida ad essere il libro-provocazione della rentrée politica: Il liberismo è di sinistra.
Lo hanno scritto due economisti, Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, che vivono un po' al di qua e un po' al di là dell' Atlantico e sono abituati ormai ad alternare gli studi e le ricerche alla battaglia delle idee. Stavolta però hanno deciso di farla grossa: sfidare l' opinione corrente che accoppia indissolubilmente le parole "liberismo" e "destra", mentre - a parer loro - concorrenza, riforme e merito dovrebbero essere le nuove bandiere della sinistra, perché chi ha a cuore i valori storici dell' equità e delle pari opportunità è bene che, oggi e in Italia, faccia affidamento innanzitutto sul mercato.Con queste premesse il libro ha tutti i requisiti per far discutere ed è intanto una prova della vitalità della scuola milanese di economisti. Il ragionamento dei due professori - tutt' altro che catalogabile nello schema dell' antipolitica - può essere riassunto in tre punti-chiave: a) il proliferare delle caste e delle lobby dimostra che la politica ha fallito in uno dei compiti primari che si era data, garantire l' allocazione "democratica" delle risorse; b) la sinistra più della destra ha ancora una chance, fare quelle riforme liberiste che "renderebbero l' Italia più efficiente ma anche più equa"; c) se il Belpaese diventasse più efficiente, ad avvantaggiarsene non sarebbero i soliti happy few o gli immancabili poteri forti, ma gli outsider. Nel libro c' è un passaggio rivelatore di come la pensino i due a proposito di leadership della sinistra. Ricordano come Walter Veltroni al momento di candidarsi alla guida del Partito democratico abbia citato Vittorio Foa ("La destra è figlia legittima degli interessi egoistici dell' oggi, la sinistra degli interessi di coloro che non sono ancora nati") e subito dopo chiosano che se questa è la sinistra che sogna Veltroni, non è certo quella rappresentata nel governo Prodi.Per sostenere le loro tesi eterodosse i due professori portano, tra gli altri, l' esempio del caso Lecce. La locale università ha fatto una dissennata politica di assunzioni tecnico-amministrative e, avendo sprecato i soldi, lo scorso inverno il rettore è stato costretto a sospendere persino il riscaldamento nelle aule. In città pochi sembrano preoccuparsene: i figli della buona borghesia salentina studiano a Bologna, Torino, Milano. A Lecce sono rimasti solo quelli che non possono permettersi un trasferimento al Nord. E che fatalmente si troveranno ad avere in mano un titolo di studio palesemente svalutato.Chi è più di sinistra, dunque: chi vuole un' università più snella o chi continua a stanziare fondi per perpetuare lo status quo? Sui ritardi nel liberalizzare le professioni Alesina e Giavazzi avanzano poi una tesi assai maliziosa. La sinistra è riottosa, sostengono, perché sa che il passaggio successivo è la liberalizzazione del mercato del lavoro, che toccherebbe "gli interessi di quello zoccolo duro di lavoratori anziani illicenziabili e di impiegati pubblici superprotetti dall' attuale legislazione". Ma solo liberalizzando il mercato le assunzioni aumentano. Lo insegna l' America, storicamente liberista, ma anche la Danimarca. che ha tolto ogni ostacolo ai licenziamenti, garantendo però un efficace sistema di sussidi alla disoccupazione e di incentivi a ritrovare lavoro.Se in Italia, invece di coltivare "la retorica del salvataggio", si fosse fatta fallire l' Alitalia, si sarebbero creati spazi di mercato per altre compagnie, vecchie e nuove, che nel frattempo avrebbero assorbito gli ex dipendenti Alitalia e i prezzi inferiori, dovuti all' aumento della concorrenza, avrebbero attirato nuovi viaggiatori. Invece il contribuente italiano continua a pagare da anni per coprire le perdite della compagnia di bandiera.Una sinistra che, seguendo i consigli di Alesina e Giavazzi, volesse far suo il verbo liberista dovrebbe però mandare in soffitta il mito dell' alleanza dei produttori. "Un mito - spiegano - che ha le radici in una visione marxista del lavoro: il marxismo si focalizza sulla produzione, sul conflitto di classe all' interno del sistema produttivo; la domanda, cioè i consumatori, è pressoché irrilevante". E come conseguenza la sinistra italiana fa ancora tanta fatica a vedere i consumatori come una categoria a cui dare rappresentanza.Eppure la storia insegna che capitalisti e lavoratori possono scontrarsi, come è accaduto e accade spesso in Italia, ma possono anche trovare un accordo a carico dei soggetti terzi, i contribuenti e i consumatori. Il caso di scuola è il punto unico sulla scala mobile, adottato di comune accordo tra Luciano Lama e Giovanni Agnelli in nome dell' alleanza dei produttori. In quella circostanza gli industriali ottennero la benevolenza del sindacato ma scaricarono sui consumatori gli oneri di un' intesa che avrebbe acceso l' inflazione.Con qualche preoccupazione i due economisti segnalano una tendenza di Romano Prodi a "progettare" un nuovo capitalismo misto, guidato da banchieri e da manager pubblici sotto l' ala protettiva del suo governo. Ma il capitalismo di Stato - la nuova forma dell' alleanza dei produttori - è di sinistra? La risposta è secca: "No, perché danneggia i consumatori". Pensare che banchieri e manager pubblici nominati dai politici siano più lungimiranti nelle scelte di investimento è giudicata un' illusione.Ed è difficile dar torto ad Alesina e Giavazzi. "Basta ripercorrere la storia dell' Iri negli anni 70 quando impiegò nel Sud risorse straordinarie delle quali non si sono mai visti i risultati. Ricerca e sviluppo non hanno bisogno della proprietà pubblica, ma di buone università e incentivi, non alle imprese ma ai nostri ricercatori migliori per convincerli a non emigrare negli Stati Uniti". Il capitalismo di Stato non è di sinistra perché protegge corporazioni piccole ma potenti: alcuni politici, alcuni manager pubblici, i dipendenti di qualche impresa a partecipazione statale, annotano lapidariamente gli autori.Rispetto a precedenti loro lavori Alesina e Giavazzi dedicano grande spazio alle issues della sinistra, come welfare, disoccupazione e povertà, ma la riflessione sul liberismo possibile è inframmezzata da giudizi fulminanti che rendono, oggi, più gradevole la lettura e, domani, più pepati i commenti. I fruttivendoli del centro di Milano, per i prezzi-monstre che assegnano a fragole e mele, "paiono dei gioiellieri", l' Agenda di Lisbona ("un' inutile verbosità"), gli economisti keynesiani ("per loro non è mai il momento buono per ridurre la spesa pubblica"), Alleanza nazionale e i partiti comunisti ("sulla politica economica formerebbero un governo perfettamente omogeneo") e infine Prodi e Tommaso Padoa-Schioppa. "Vogliono essere ricordati come leader che, pur di non rischiare nulla, hanno finito per essere superati dagli eventi e puniti dagli elettori? Noi speriamo che vogliano passare alla storia come Bill Clinton, non come Jimmy Carter".
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Il libro di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, "Il liberismo è di sinistra", è edito dal Saggiatore (pagine 126, euro 12)
Francesco Giavazzi, editorialista del "Corriere della Sera", insegna Economia politica all' Università Bocconi di Milano e al Mit di Boston. Alberto Alesina, editorialista del "Sole 24 Ore", è docente di Economia politica al Mit e alla Bocconi  
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Avvocati, notai, tassisti, camionisti, divorzi o blocchi: è sempre corporazione
FEDERICO ORLANDO RISPONDE
 
Cara Europa, vi segnalo la pagina 19 de La Stampa dell’altroieri, che riporta l’annuncio di Sarkozy il quale vuole eliminare il giudizio dei tribunali nei divorzi consensuali, affidandone la soluzione ai notai. E noi?
ELENA MAGGI, GENOVA
 
Noi niente, cara signora. Noi siamo fermi nella palude che un po’ alla volta ci trascina in fondo, come dicono tutti gli osservatori laici, dal Censis al New York Times, dagli economisti del Corriere della sera ai sociologi alla Diamanti su Repubblica. Non solo noi non faremo rivoluzioni alla Sarkozy, ma non riusciremo neanche a ridurre la quarantena (3-5 anni tra separazione legale e dichiarazione di divorzio): ci sono proposte di legge in parlamento (Elena Montecchi, Franca Chiaromonte) da dieci anni, e là restano, impantanate come tutta l’Italia, magari in attesa del codice etico del Partito democratico. Non faremo niente, a maggior gloria della corporazione degli avvocati.
Quando, 26 o 27 anni fa, mi separai davanti al tribunale di Roma, l’avvocato di mia moglie ed io ci sedemmo a un tavolino e buttammo giù in mezz’ora le clausole della pratica, le passammo al giudice che pronunciò la sentenza, io staccai un assegno da 1 milione di lire e tutto finì. Capisco che gli avvocati francesi (chissà se anche loro fanno gli esami di stato con le tracce sul computer, come in Italia) siano furibondi con Sarkozy, che vuole liberare i giudici non da tutti i 140 mila divorzi annui (ormai la metà dei matrimoni), ma dai 75 mila consensuali, affidandoli ai notai.
Come dice il presidente dei legali, Iweins, «guadagnamo molto dai divorzi e così possiamo dedicarci alla difesa d’ufficio da cui riceviamo rimborsi ridicoli: con la riforma, da un lato c’è una professione ricca, i notai, cui si offre un guadagno in più, dall’altra una professione in crisi, cui di fatto si lascia il compito di difendere i poveracci». Alla faccia della sincerità e dei codici deontologici. Questo sì che è un franco parlare corporativo. Come quello dei nostri tassisti e camionisti che, coi politici e i magistrati che ci ritroviamo, hanno dimorato di poter fare quel che vogliono dei 60 milioni di italiani. E ci si meraviglia se, come s’è letto ieri, una fortissima minoranza di persone, specie giovani, matura la convinzione che forse della democrazia si può anche fare a meno? Che frittata.
 
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La repubblica intervista a Mario Monti-
All'Italia mancano le riforme per sfidare lobby e corporazioni
- 24/01/2008
di Andrea Bonanni

La ricetta francese per rilanciare l'economia, appena consegnata al presidente Sarkozy, non sarebbe applicabile all'Italia, che si trova in una situazione di­versa e dove mancano, «a monte», le condizioni politiche per fare le riforme. Se in Francia le riforme li­berali si scontrano con una resi­stenza culturale, in Italia esse coz­zano contro l'incapacità struttu­rale del sistema politico di tener testa alle spinte corporative e agli interessi di parte. É questa, in so­stanza, la conclusione a cui arriva il professore Mario Monti, chia­mato da Jacques Attali a far parte del gruppo di consulenti di altissi­mo livello che ha preparato per il presidente francese una lista di 316 misure da adottare «per cam­biare la Francia».
 
Professore, in che cosa differi­scono la situazione francese e quella italiana?

«L'idea di andare verso riforme strutturali che prevedono più li­beralizzazione e più concorrenza, da noi non si scontra più con l'o­stacolo di una opposizione cultu­rale e intellettuale, ma con l'inca­pacità del sistema politico di rea­lizzare molto su questa strada perché è strutturalmente debole ri­spetto alle corporazioni organiz­zate. In Francia, invece, la situazione è molto diversa perché c'è una ostilità intellettuale all'e­conomia di mercato. Tre anni fa Chirac aveva dichiarato che il liberalismo era altrettanto pericoloso del comunismo e che, come il co­munismo, non avrebbe prevalso. Da qui l'importanza di questa svolta che viene sollecitata non dalle raccomandazioni della Commissione europea o del Fondo monetario, ma da un gruppo di 43 persone, prevalentemente francesi».

Quindi sarebbe inimmagina­bile proporre questa ricetta al governo italiano, ammesso che ci fosse un governo?

«Innanzitutto non so se l'Italia abbia bisogno di un'analisi com­plessiva di questo tipo. Ma, soprattutto, l'esistenza stessa di questo rapporto deve avere un momento politico a monte. Fran­camente non si sarebbero mobili­tate quarantatré persone, in gene­re molto occupate, per un lavoro così approfondito e impegnativo se fosse stato solo per produrre uno dei tanti rapporti. La sensa­zione, data la situazione politica in Francia e dato l'impegno del presidente Sarkozy, è che questo nostro sforzo possa dare un con­tributo serio a cambiare davvero le cose. Senza questo tipo di moti­vazione non ci saremmo mossi».

Evidentemente condizioni molto diverse da quelle italiane.

«Qui in Francia c'è un presi­dente che ha intitolato il suo pro­gramma alla "rupture", e che quindi sente un forte desiderio di cambiamento. In Italia, mi sem­bra che il problema, più che di analisi, sia di disponibilità degli strumenti politici. Il controllo del­la finanza pubblica è stato fatto abbastanza bene, anche perché su questo terreno l'Europa morde con i suoi vincoli e con il Patto di stabilità e questo aiuta il governo italiano che ha fatto un buon lavo­ro. Ma sul terreno delle riforme strutturali, in cui i Paesi sono la­sciati soli perché la strategia di Li­sbona non è vincolante, è l'esi­stenza o meno delle condizioni politiche interne a determinare il successo. Sicuramente mi sembra che in Italia la questione di come organizzare il sistema delle deci­sioni pubbliche per poter fronteg­gi arepiù efficacemente la pressio­ne delle lobbies sia una questione di "political economy" assoluta­mente fondamentale».

Quindi in Italia l'emergenza è nel sistema politico più che in quello economico?

«Non parlerei di emergenza, anche se in questi giorni c'è effet­tivamente un'emergenza. Le ricette economiche di cui ha biso­gno l'Italia sono note, come del resto sono note quelle di cui ha biso­gno la Francia. Ma per il particola­re atteggiamento culturale dei francesi verso l'economia di mer­cato, in Francia e' è molto più biso­gno di pedagogia, di spiegazione. In Italia, invece, i principi dell'e­conomia di mercato sono da qual­che tempo ampiamente accettati, ma il sistema politico dovrebbe dotarsi degli strumenti che gli consentano dimetterli in pratica».

Vuol dire che da un punto di vi­sta della struttura economica sia­mo messi meglio dei francesi?

«Per certi versi, l'Italia è più avanti della Francia. Per esempio noi suggeriamo la creazione di un'unica autorità indipendente della concorrenza, che in Italia esiste da tempo. In parte anche nella liberalizzazione delle pro­fessioni, almeno per come era im­postata nei decreti Bersani prima del massacro parlamentare, l'Ita­lia è un po' più avanti. D'altra parte la Francia ha un insieme di gran­di imprese in settori chiave che so­no leader sul piano mondiale: ae­ronautica, nucleare, petrolio, gas, farmaceutica, lavori pubblici, costruzione, trattamento delle ac­que. In Italia, invece, siamo debo­li e ci siamo ulteriormente indebo­liti negli ultimi anni per quanto ri­guarda le grandi imprese di livello mondiale».

Ma, anche con tutta la buona volontà di Sarkozy, in questa si­tuazione di grande turbolenza dei mercati mondiali, un rappor­to come quello che avete presen­tato ha davvero qualche possibi­lità di essere messo in pratica?
«Pensiamo di sì. Questo non è un rapporto sullo stato del capitalismo finanziario nel mondo. Certo, l'im­patto di questi fenomeni di instabi­lità sull'economia europea comincia a farsi sentire. Sarà probabilmente meno pesante di quello che vediamo negli Stati Uniti, dove si scontano gli enormi squilibri dei conti con l'este­ro e della finanza pubblica nascosti sotto il tappeto per tanti anni. L'Eu­ropa, proprio per la bardatura di re­gole sulla moneta e sulla finanza pubblica, non soffre di questi squili­bri e dunque è in condizioni miglio­ri. E comunque, se davvero le econo­mie andranno verso un rallenta­mento, sarà ancora di più interesse di ogni singolo Paese attrezzarsi per essere competitivo. E quindi l'urgenza di queste riforme ne risulterà, sem­mai, aumentata».
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Bersani: "Riformiamo le professioni"
 
L'Unità 08.02.2008

Bersani: «Soli al voto con le nostre radici di sinistra»

Pubblichiamo l'intervista di di Ninni Andriolo al ministro Bersani

I sondaggi che premierebbero la Cdl? «C’è qualcosa che non torna». Pierluigi Bersani non crede che gli elettori possano riconoscersi «nella foto sbiadita di gruppo» dei leader Cdl. E il Pd ha le carte in regola per inviare al Paese un messaggio netto.
«L’andar da soli, in realtà, è una derivata della necessità di parlar chiaro al Paese, ma in un quadro di rapporti positivi con tutto il centrosinistra». Secondo il ministro, però, occorre far convivere «continuità e discontinuità». E non servono gli «strappi con il prodismo».
Il Pd? Statuto e Carta dei valori definiscono il profilo di una forza «che riafferma radici popolari, solidali, progressiste e di sinistra». Altro che partito di centro, quindi.
Ministro, da dove riparte una campagna elettorale che, in realtà, non si è mai interrotta?
«La prima buona abitudine di una campagna elettorale è ricordarsi che c’è un avversario...»
Perché, non è chiaro?
«Il nostro avversario è il centrodestra e questo deve essere ancora più chiaro. È la Cdl che deve pagare il prezzo di avere imposto al Paese, per ben due volte, una legge elettorale assurda che consente ai partiti, a prescindere da ogni loro procedura democratica, di nominare senatori e deputati. Una legge che ha dei buchi, come ha sancito la Corte costituzionale. Una legge che provoca instabilità».
La destra vorrebbe riformare quelle norme dopo le elezioni...
«Cosa significa “dopo”? Che prima giochi e poi fai le regole? Ma così imbrogli».
Lei non crede alla legislatura costituente, quindi?
«Siamo sempre stati disponibili a fare le regole del gioco in Parlamento. Sono stati gli altri a tirarsi indietro».
E la grande coalizione? Da destra si sente suonare anche questa musica...».
«Capisco chi ne parla, ma vorrei sapere chi ci crede. Gli stati di necessità possono sempre determinarsi, per carità. Ma solo un sognatore può pensare che Berlusconi possa mettere in conto di vincere per poi governare insieme a qualche altro. Qui si vince o si perde, punto. Dopodiché, per l’amor di Dio, le regole vanno cambiate e vanno cambiate assieme».
E basterà mettere il dito nella piaga del “porcellum” per vincere?
«Voglio ricordare che Berlusconi ha chiuso rapidamente il libro della riorganizzazione del centrodestra. E che per mesi abbiamo assistito a discussioni piuttosto animate che prospettavano novità...
Allude al popolo delle libertà?
«Appunto. Quel libro lo hanno chiuso in quarantott’ore, perché tutti hanno pensato solo ad afferrare il malloppo elettorale. Con il risultato che noi dovremmo farci governare da una foto di gruppo, già sbiadita nel 2006, che ci ripropone una compagnia che risale al 1994»
Berlusconi, Fini, Bossi e Casini...
«Ecco, in quella foto è impossibile intravedere un piccolo angolo di futuro per il Paese».
E un Pd ancora in gestazione quale futuro potrà indicare?
«Noi ci mettiamo un po’ di rischio e un po’ di futuro in questa campagna elettorale. Le scelte le abbiamo compiute già quando decidemmo di fare il Partito democratico, riconoscendo che la riforma del sistema doveva partire dal lato della politica. Con uno sforzo di ricomposizione e di semplificazione che rispondesse all’esigenza di parlare un linguaggio più chiaro».
Un’operazione che puntava al Pd timone del centrosinistra, non già al Pd che va da solo...
«Non è che siamo arroganti o abbiamo voglia di solitudine. L’andar da soli, in realtà, è una derivata della necessità di parlar chiaro a un Paese che ha bisogno di essere risollevato. Di nominare riforme che abbiano un nome e un cognome e di spiegare che le tasse devono pagarle tutti se tutti vogliono pagarle meno, e che le professioni vanno riformate, e che in un ciclo dei rifiuti ci devono stare anche i termovalorizzatori. Noi vogliamo aggregare attorno a proposte chiare. Tutto questo, però, lo puoi fare assumendoti un rischio. E nel rischio stesso c’è un messaggio: l’idea di una politica che scommette qualcosa».
Sì, ma un Paese si guida con i numeri e con le alleanze...
«Intanto i numeri si contano alla fine. In ogni caso, la scelta di parlar chiaro al Paese deve avvenire in un quadro di relazioni positive con tutte le forze del centrosinistra, con le quali abbiamo e dovremo avere tantissime convergenze sul piano programmatico. A partire dai luoghi dove già governiamo assieme. E ricordandoci sempre, appunto, che il nostro avversario è il centrodestra».
Il problema del Pd è non dire prima del voto ciò che si potrebbe dire dopo? E con chi farete il governo in caso di vittoria?
«Il meccanismo elettorale è fatto in modo che o sfondi o non sfondi. Dopodiché non è detto che un solo partito debba reggere il governo. Noi, oggi, proponiamo un soggetto, che io credo sia in espansione, e avanziamo nella chiarezza le nostre proposte. Gli eventuali punti di compromesso per un’azione di governo sono sul tavolo del Paese, nella legittimità assoluta. E non nell’implicito o nell’uso stiracchiato di un aggettivo».
E adesso? Perché Pannella e Bonino “no” prima ancora che il Pd metta in campo un programma?
«Si parte sempre dai contenuti per verificare la possibilità di aggregazione, ma stavolta non a prezzo di confusioni o balbettii».
Ministro, il Pd archivia l’Unione e sembra voler creare una cesura anche con Prodi. Letture errate?
«Prodi non si ricandida, questa notizia di per sé segna un ciclo. Quello in cui, con Prodi alla testa della coalizione, abbiamo impedito un ventennio berlusconiano battendo Berlusconi già due volte; abbiamo salvato la finanza pubblica, abbiamo agganciato definitivamente l’Italia all’Europa; abbiamo praticato parole come Euro, lotta all’evasione fiscale, liberalizzazioni, nuova politica estera, nuova legislazione sul lavoro, ecc. Quel ciclo lo abbiamo affrontato con il migliore equilibrio possibile nel campo del centrosinistra. Vorrei ricordare che il bipolarismo si è aperto nel momento in cui - nella nostra metà campo - c’era una grande frammentazione».
C’è chi rimprovera a Prodi di aver scelto l’equilibrismo per galleggiare...
«Un rimprovero che non fa i conti con la realtà. Prodi stesso, in ogni caso, ha visto che quel punto di equilibrio del centrosinistra andava oltrepassato e ha contribuito in modo fondamentale alla nascita del Partito democratico. Da qui devono prendere le mosse i nuovi passi da compiere. Bisogna inserire novità programmatiche, facendo riconoscere però quei grandi nuclei di politiche riformatrici che abbiamo praticato».
Ma Prodi è un impaccio o una risorsa per la campagna elettorale del Pd?
«Prodi è il presidente di questo partito e tocca a lui fare al Paese la narrazione di questi anni. A Veltroni tocca riprendere da lì. Sto parlando di contenuti, del messaggio da dare agli italiani. Attenzione, perché nelle cose nuove che dobbiamo dire, magari ci stanno cose che in nuce sono già state espresse. E quando affermo che non bisogna buttar via la parola sinistra, dico - ad esempio - che l’espressione “tutti devono pagare le tasse per pagarne meno” non possiamo gettarcela alle spalle. Questo vale per le liberalizzazioni, per la Tav, ecc. E ciò non rappresenta uno strappo dal prodismo. Quello che serve, in realtà, è un equilibrio tra continuità e discontinuità da declinare nella chiave dell’innovazione».
Veltroni propone di destinare subito l’extragettito ai lavoratori dipendenti, lei è d’accordo?
«Spesso ci chiedono se ci dispiaccia lasciare l’incarico di governo. Quello che ci amareggia, in realtà, è aver abbandonato a metà un’operazione di straordinaria rilevanza che avevamo concepito tra marzo e giugno. Un forte intervento sulla fiscalità del salario dei lavoratori dipendenti, accompagnato da misure per il rilancio della produttività. Dico, tra parentesi, che tra qualche giorno presenterò il credito d’imposta sulla ricerca e mi aspetto che il sistema industriale italiano faccia un grande sforzo di innovazione utile alla produttività. Al di là di questo, comunque, noi abbiamo raccolto risorse da finalizzare ad un intervento a favore dei salari. E io ritengo che, se ce ne fossero le opportunità, queste decisioni debbano essere prese. Credo necessario mettere in sicurezza decisioni che possono essere successivamente disperse».
Ministro, l’accusa da sinistra è quella di un Pd che si riposiziona al centro. È così?
«Si favoleggia su una sinistra, la “cosa rossa”; su una destra, la Cdl; e su un centro che saremmo noi. Per quel che ci riguarda noi stiamo facendo il partito e il più grande botto d’inizio campagna elettorale sa quale potrebbe essere?».
Quale ministro?
«Che sabato prossimo l’Assemblea costituente approvi statuto, carta dei valori, ecc».
E che partito profilano quei documenti?
«Un partito che è di centrosinistra - o come piace dire a me il partito di una nuova, grande sinistra democratica - e che riafferma radici popolari, solidali, progressiste, di sinistra, chiarendo che valori antichi vanno serviti con politiche nuove. Credo che questo profilo debba essere messo in evidenza. Visto che ci presentiamo con il nostro volto e nel nome della chiarezza, il “chi siamo” è una cosa piuttosto importante».
E i suoi timori sul “partito liquido”?
«Lo Statuto è convincente e il meccanismo che propone risolve il problema. Quando parlai di “partito liquido” partivo dall’Italia. Questo Paese ha bisogno di elementi coesivi, non possiamo continuare a galleggiare sulla frantumazione. Dobbiamo inserire una controtendenza politica, culturale e organizzativa. Lo Statuto consente anche di immaginare una vita dell’organizzazione che selezioni le piattaforme culturali e politiche, cioè i luoghi di discussione delle nuove elaborazioni. Faccio un esempio, sarebbe ben curioso che avessimo fatto il Pd e non riuscissimo a elaborare una nuova dottrina sul tema laici e cattolici. Queste elezioni ci colgono in corso d’opera, ma ci propongono un’opportunità micidiale per presentare un programma per il Paese. Ma anche per delineare un volto, una idealità, una cultura. L’Assemblea costituente del 16 è un appuntamento da non perdere».
Ministro, i sondaggi favoriscono il centrodestra. Lei è fiducioso ugualmente?
«Sì, perché la situazione è in movimento. E in quei sondaggi c’è qualcosa che non torna. Il nostro problema è se riusciamo a smuovere gli umori disillusi di questo Paese, che sono molto ampi. Io un po’ l’orecchio a terra lo tengo, e non mi risulta che l’elettorato del centrodestra sia così convinto e animato dalla foto di gruppo dei suoi leader. La Cdl ha molti problemi. Si vedranno, eccome se si vedranno. Per vincere la sfida, in ogni caso, dobbiamo mostrare una grande solidarietà e una grande convinzione unitaria, così come sta avvenendo in questi giorni. Abbiamo la possibilità di avere una leadership espressiva, dobbiamo organizzare una grande coralità e fare in modo che la narrazione sia univoca. Ricordandoci che andar da soli e avere idee chiare non sono necessariamente sinonimi, bisogna lavorare con coerenza perché ciò avvenga».
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Andrea Bongi su Italia Oggi del 8/03/08
Internet accende la concorrenza

La concorrenza sui servizi professionali viaggia sempre più on-line. Praticamente è quasi impossibile trovare un professionista che non sia munito di apposito sito internet per farsi conoscere. Qualche mese fa, addirittura, uno studio di dottori commercialisti ha annunciato l'apertura di una sede su Second Life. Per non parlare delle law firm. Che si presentano al cittadino con delle vetrine virtuali dalle quali è possibile entrare in contatto con ogni singolo avvocato. Anche quando la struttura ha più di 200 avvocati. L'esplosione della web mania, però, non è sfuggita ai vertici delle categorie. E per il futuro si annunciano controlli più serrati per evitare che nei siti internet entrino pubblicità e offerte talmente allettanti da ledere il decoro della categoria. Perché, l'avvocato o il commercialista che sia, in quanto iscritto a un albo è soggetto al codice deontologico.
Anche se la missione dell'ordine di appartenenza non è priva di ostacoli. «Impossibile soltanto pensare di poter monitorare tutti i siti internet degli iscritti», afferma Giuseppe Bassu del Consiglio nazionale forense, «mentre è auspicabile che siano gli stessi iscritti a farsi promotori di un codice di autodisciplina e autocontrollo segnalando ai consigli locali eventuali situazioni di abuso sia da parte di colleghi che, soprattutto, di soggetti esterni».
La professione forense appare quella maggiormente preoccupata della diffusione di siti internet che offrono in rete consulenze legali non sempre qualificate. «Sono molti», puntualizza Bassu, «coloro che, spacciandosi come avvocati o legali, offrono in internet consulenze sotto costo creando disagi e malessere all'intera categoria mettendo a rischio anche gli stessi utenti della rete». Altra problematica sul tappeto è quella relativa alla
cessione degli spazi pubblicitari all'interno del sito internet. È evidente che si tratta di attività di vero e proprio commercio che di per sé sarebbe vietato ai soggetti iscritti in albi. Qui la soglia di allerta da parte dei vertici è massima. È proprio per mettere dei punti fermi, che lo sviluppo della rete e la sua diffusione saranno in futuro oggetto di specifica disciplina all'interno dei codici deontologici delle singole professioni. In questo senso
stanno lavorando i commercialisti, come annuncia Claudio Bodini, delegato all'informatizzazione dal Consiglio nazionale dei dottori commercialisti ed esperti contabili.Che aggiunge: «Al di là delle necessarie esigenza di controllo e monitoraggio costante della rete, le categorie economiche sono anche interessate alla creazione di nuove opportunità e stimoli per i loro iscritti. Si pensi alle opportunità che si aprono grazie alla possibilità di mettere a disposizione dei propri clienti, all'interno di partizioni protette del sito dello studio, documenti dallo stesso prelevabili in qualsiasi momento. O ancora dalla possibilità che le nuove tecnologie informatiche aprono in materia di teleconferenza, elearning, archiviazione elettronica e quant'altro» «I singoli iscritti e il Consiglio nazionale sono costantemente impegnati nel monitoraggio della rete internet al fine di scovare veri e
propri esercizi abusivi della professione perpetrati attraverso la creazione di siti internet da soggetti privi dei requisiti professionali», afferma Rosario De Luca, presidente della Fondazione studi del Consiglio nazionale dei consulenti del lavoro. Questo tipo di attività», prosegue ancora De Luca, «è rivolta non tanto alla difesa di interessi corporativi quanto piuttosto alla tutela degli utenti della rete che impossibilitati alla verifica delle
professionalità esibite all'interno dei siti internet e che proprio per questo, potrebbero ritrovarsi danneggiati dall'operato di soggetti privi delle competenze professionali necessarie per svolgere gli incarichi loro affidati»
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Il Messaggero
Le professioni come caste. Il lavoro si eredita da papà

L’Italia è ingessata, statica, ferma. Le corporazioni medievali non sono mai morte, anzi. I giovani ereditano il lavoro dal padre. Quattro laureati su dieci continuano la professione del genitore. Il 44% dei padri architetti, infatti, ha un figlio (maschio) laureato in architettura; il 42% dei laureati in giurisprudenza ha un figlio con il medesimo titolo di studio; così il 41% dei padri farmacisti; il 39% dei padri ingegneri e il 39% dei padri medici.
Ma anche il 28% dei padri con laurea economico-statistica ha un figlio laureato in questo stesso gruppo e analoga concordanza genitore-figlio si rileva nel campo delle lauree politico-sociali (24%). Sintomo della scarsa mobilità sociale che inchioda il Paese a schemi del passato. Lo rivela il X Rapporto di AlmaLaurea, il Consorzio cui aderiscono una quarantina di università. Il Rapporto fotografa la condizione lavorativa dei neo-dottori. Si
scopre che «raddoppiano i laureati (ma non sono ancora sufficienti), calano le matricole, si investe poco nella formazione universitaria e abbiamo la popolazione adulta meno istruita d’Europa: solo 8 italiani su 100 tra i 55 e i 64 anni sono in possesso di una laurea. Siamo tra ai livelli più bassi dei trenta Paesi Ocse, dopo di noi solo Portogallo e Turchia. Intanto aumentano i neolaureati da posto fisso, ma resta consistente il lavoro precario. Però il saldo è favore del lavoro stabile, che, anche se di pochissimo, è in crescita con un più 0,6%. In quanto tempo il lavoro diventa stabile? Ad un anno dalla laurea il 53% già lavora, ma uno su due è precario, dopo cinque anni uno su quattro. Ma le retribuzioni sono modeste. Oscillano tra i 900 e i mille e 200 euro mensili. Guadagni più elevati sono percepiti, a cinque anni dal conseguimento del titolo, dai laureati dei gruppi medico e ingegneristico (rispettivamente, 2.013 e 1.648 euro). All'estremo opposto, invece, ci sono i laureati dei gruppi psicologico (999 euro), insegnamento (1.052), letterario (1.122).
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Professione, questione di eredità da Italia Oggi
 
Figli di avvocati che diventano principi del foro e figli di medici che diventano chirurghi di  fama. È l'Italia immobile dei laureati che, soprattutto per quel che riguarda le professioni liberali (avvocato, magistrato ma anche notaio o farmacista), tende a seguire le orme familiari. È un'Italia che riesce a far portare a casa ai suoi neolaureati poco più di 1.000 euro al mese ma che premia soprattutto, in termini economici, chi lavora nell'industria.
Insomma una vera ereditarietà del lavoro svolto, paghe che si fanno sempre più esili e occupazioni persistentemente precarie in tutti i settori sono i dati che saltano subito all'occhio non appena si scorre il X Rapporto Almalaurea sulla condizione occupazionale  dei laureati italiani. Le retribuzioni: Quest'anno un laureato si è trovato nella propria busta paga poco più di 1.000 euro, una cifra rimasta comunque quasi invariata rispetto alla precedente rilevazione (1.042 euro). A tre anni dalla laurea il guadagno raggiunge quota 1.183 euro, proseguendo il lento ma costante trend di crescita delle precedenti rilevazioni (+3,6% dal 2004). A cinque anni invece il guadagno è di 1.342 euro (+2%, era di 1.316 euro). Ma chi guadagna di più? Sono ancora i medici e gli ingegneri a portarsi a casa, a cinque anni dal conseguimento del titolo, il portafoglio più gonfio. I laureati dei questi
gruppi guadagnano infatti rispettivamente 2.013 e 1.648 euro. All'estremo opposto si trovano i laureati dei gruppi psicologico, 999 euro, insegnamento, 1.052, letterario 1.122. Guadagno per attività economica: Ma anche coloro che lavorano nell'industria percepiscono tra le più alte retribuzioni a cinque anni dalla laurea, a partire dal campo chimico 1.730 euro, seguito dalla sanità 1.664 euro, dalla metalmeccanica e meccanica di
precisione: 1.580 euro. Nelle ultime posizioni della graduatoria ci sono istruzione e ricerca, 1.102 euro, che scalzano nella classifica generale del guadagno mensile dei laureati solo le occupazioni legate ai servizi ricreativi, culturali e sportivi e ai servizi sociali ultimi in classifica con una retribuzione che supera di poco i 1.000 euro.
Occupazione dei laureati nelle scienze: E se nei corsi di laurea scientifici, i più colpiti dalla cosiddetta crisi di vocazioni, aumentano le immatricolazioni, migliora anche parallelamente la condizione occupazionale. Considerando occupato anche chi è in formazione retribuita, definizione, come si legge nel rapporto, necessaria per questi corsi dove molti laureati proseguono gli studi, il tasso di occupazione per i neolaureati è già del 61% per matematica, 76% per fisica 86% per chimica. Immobilità sociale: Un paese malato di immobilismo sociale: secondo il rapporto, solo chi è figlio di genitori laureati, a un anno dal conseguimento del titolo, risulta essere più impegnato nella formazione (36%) rispetto ai figli di genitori con la licenza elementare (15,5%). Altri elementi emergono, poi, dal confronto tra laurea dei padri e laurea dei figli. Dal rapporto risulta, infatti, che il 44% dei padri architetti ha un figlio laureato in architettura, il 42% dei padri laureati in giurisprudenza ha un figlio con il medesimo titolo di studio, il 41% dei padri farmacisti ha un figlio con lo stesso tipo di laurea, il 39% dei padri ingegneri ha un figlio ingegnere, il 39% dei padri medici ha un figlio laureato in medicina. Stabilità lavorativa: La stabilità è definita dal lavoro autonomo (-0,9%) e dai contratti a tempo indeterminato che, invece, risultano in aumento (+1%). Se la stabilità è in ripresa, a un anno dalla laurea la precarietà non tende a diminuire, anzi continua lievemente a crescere. Dal 2000 al 2006 il lavoro atipico è cresciuto di oltre 10 punti percentuali: dal 37 al 48%. In particolare, sono aumentati consistentemente i contratti a tempo determinato (passati dal 13 al 22%).
L'analisi, per Andrea Cammelli, direttore di Almalaurea, deve portare a proposte che il consorzio interuniversitario sollecita al prossimo governo: «Aiutare le piccole e medie aziende a compiere innovazioni di processo e di prodotto», perché la ripresa passa «attraverso la valorizzazione delle risorse migliori che noi abbiamo».
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da il Messaggero
Le professioni come caste. Il lavoro si eredita da papà
L’Italia è ingessata, statica, ferma. Le corporazioni medievali non sono mai morte, anzi. I giovani ereditano il lavoro dal padre. Quattro laureati su dieci continuano la professione del genitore. Il 44% dei padri architetti, infatti, ha un figlio (maschio) laureato in architettura; il 42% dei laureati in giurisprudenza ha un figlio con il medesimo titolo di studio; così il 41% dei padri farmacisti; il 39% dei padri ingegneri e il 39% dei padri medici.
Ma anche il 28% dei padri con laurea economico-statistica ha un figlio laureato in questo  stesso gruppo e analoga concordanza genitore-figlio si rileva nel campo delle lauree politico-sociali (24%). Sintomo della scarsa mobilità sociale che inchioda il Paese a schemi del passato. Lo rivela il X Rapporto di AlmaLaurea, il Consorzio cui aderiscono una quarantina di università. Il Rapporto fotografa la condizione lavorativa dei neo-dottori. Si
scopre che «raddoppiano i laureati (ma non sono ancora sufficienti), calano le matricole, si  investe poco nella formazione universitaria e abbiamo la popolazione adulta meno istruita d’Europa: solo 8 italiani su 100 tra i 55 e i 64 anni sono in possesso di una laurea. Siamo tra ai livelli più bassi dei trenta Paesi Ocse, dopo di noi solo Portogallo e Turchia. Intanto aumentano i neolaureati da posto fisso, ma resta consistente il lavoro precario. Però il saldo è favore del lavoro stabile, che, anche se di pochissimo, è in crescita con un più 0,6%. In quanto tempo il lavoro diventa stabile? Ad un anno dalla laurea il 53% già lavora, ma uno su due è precario, dopo cinque anni uno su quattro. Ma le retribuzioni sono modeste. Oscillano tra i 900 e i mille e 200 euro mensili. Guadagni più elevati sono percepiti, a cinque anni dal conseguimento del titolo, dai laureati dei gruppi medico e ingegneristico (rispettivamente, 2.013 e 1.648 euro). All'estremo opposto, invece, ci sono i laureati dei gruppi psicologico (999 euro), insegnamento (1.052), letterario (1.122)
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http://www.europaquotidiano.it
Il Pd li liberi dalle caste

GIANNI DEL VECCHIO

Cominciamo con lo sfatare un mito: i giovani non sono più un gruppo sociale omogeneo, non sono più legati da un insieme comune di valori di riferimento.
Insomma, non sono più “i Giovani”.
Perché la scomparsa delle ideologie ha del tutto frammentato un universo che già era di per sé molto più complesso. Oggi chiunque abbia meno di 35 anni è una monade, un’isola senza arcipelago. Insomma, un individuo a sé stante, irriducibile a schemi o categorie (e ciò non è un difetto né una colpa, se non per chi non vuole capirlo). Solo partendo da questo assunto si può spiegare la grande difficoltà che la politica in generale, e il Pd in particolare, incontrano quando vogliono parlare a o di questo mondo.
Eppure per trovare le parole giuste basterebbe immedesimarsi nella condizione psicologica di chi si è appena affacciato alla vita lavorativa.
A diciott’anni un giovane diplomato, o un laureato a ventuno o ventitre, affronta le prime esperienze di lavoro con una grande carica di entusiasmo e ottimismo. Ha in testa la chiara percezione di essere all’inizio di un lungo viaggio, con il suo carico di fascino e paure, e allo stesso tempo ha una grossa fiducia nei propri mezzi. La sua stella polare è una sola: farcela con le proprie forze, senza appoggiarsi a nessuno. Attitudine confermata dal sondaggio pubblicato dal Sole24Ore: nove giovani su dieci esigono una società fondata sulla meritocrazia, e che i sistemi di valutazione siano più severi. Idee lontane da quelle della “generazione bambocciona” descritta da Padoa- Schioppa.
Purtroppo quando il neodiplomato o neolaureato inizia a misurarsi con la struttura “clanica” della società italiana, questa forte carica si affievolisce, spesso fino a spegnersi. È qui che la politica fallisce. Spesso chi va avanti non è il più bravo, ma quello che meglio riesce a intessere relazioni personali basati sullo scambio di favori. Lo sa bene chi vuole intraprendere la carriera universitaria e gioco forza deve legarsi al “barone” di turno. Oppure lasciar perdere. O chi vuole lavorare nella pubblica amministrazione, e ha bisogno di ingraziarsi il politico sulla cresta dell’onda. O il giovane avvocato o commercialista, cui toccherà lavorare “a gratis” per due o tre anni per l’affermato professionista di turno. Per non parlare di chi vuol far politica, che invece di conquistare il consenso popolare deve preoccuparsi di quello dei dirigenti di partito. Ed è proprio un messaggio che premia la cooptazione quello che traspare dalle candidature veltroniane delle varie Marianna Madia o Pina Picierno. Fatte salve le capacità personali delle due ragazze, il valore simbolico del gesto di Veltroni è un autogol, visto che sia la Madia che la Picierno sono strettamente legate all’establishment, che oggi le assorbe per volontà del leader.
Insomma, se c’è uno “schema” comune per il “giovane d’oggi”, è proprio questo: quando inizia a lavorare si trova davanti un muro, quello delle lobby, delle corporazioni e dei gruppi d’interesse. Gli effetti sono sostanzialmente due. Prima di tutto si erode quella fiducia nel “potercela fare da soli”, mentre quello spirito intraprendente che della giovane età è segno distintivo si trasforma presto in una necessità di sicurezza, spingendo il giovane uomo o donna alla ricerca del mitico “posto fisso”. Non a caso i sondaggi spesso ci mostrano percentuali elevate di under-35 che aspirano solo a un contratto a tempo indeterminato, e nulla più.
La stessa rilevazione di Piepoli sul Sole non lascia spazio a dubbi: uno su quattro considera il miglioramento della propria condizione economica il tema che conterà di più nel determinare il suo voto.
Il secondo effetto è più pericoloso: una rivolta contro la casta, contro i privilegi di una politica che da troppo tempo fa promesse e non le mantiene. Non stupisce che secondo Piepoli il 25 per cento dei giovani è indeciso o non andrà a votare. Se questa disillusione fa gioco al centrodestra, per il Pd invece è letale: quando in giro si dice che «i politici sono tutti uguali», a essere premiato è chi viene percepito lontano dal palazzo. E chi meglio di Berlusconi – negli ultimi 15 anni – ha saputo farsi interprete di questo sentimento? Gli undici punti in più che Piepoli dà al Pdl nel voto giovanile sono indicativi.
La vera sfida per il Pd sarà quindi quella di fermare questa “viziosa metamorfosi” del giovane speranzoso in giovane disincantato e cinico.
Come? Rompendo, davvero, con le corporazioni, dissipando i clan, aprendo i mercati, rinnovando le classi dirigenti. In base al merito.
Per fare dell’Italia ciò che l’America si è sempre vantata di essere, una “terra delle opportunità”, non delle raccomandazioni.
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IL SOLE 24 ORE CON LE LIBERALIZZAZIONI IL PIL PRO CAPITE SALE DEL2% (DA ROLD VITTORIO)