CLASS ACTION: GIOVANI LEGALI, BENE MA LEGGE
PERFETTIBILE
di ANSA
(ANSA) - ROMA, 16 NOV - L'Anpa-Giovani legali italiani
"accoglie con moderato ottimismo la nuova normativa
che introduce la
cd "class action" anche in Italia, dopo che ciò
era già avvenuto in Danimarca, Francia, Portogallo e
Francia. Non è sicuramente la più auspicabile delle
leggi possibili in materia, ma è sempre meglio una
legge perfettibile che la stasi assoluta". E' quanto
afferma l'associazione in una nota, sottolineando di
condividere il tetto del 10% da applicarsi alle
parcelle degli avvocati, in modo che queste azioni
collettive non siano strumentalizzate economicamente.
"Quali possibili miglioramenti - aggiunge
l'associazione - é auspicabile una maggiore tutela per
le imprese, che comunque saranno obbligate, dalle
class action, a migliorare i propri servizi, ed una
più chiara indicazione delle associazioni legittimate
ad agire".(ANSA).
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GIOVANI AVVOCATI: “CLASS
ACTION? UNA LEGGE PERFETTIBILE, MA MEGLIO UN PASSO IN
AVANTI CHE IL NULLA”
“L’ “A.N.P.A.-GIOVANI LEGALI
ITALIANI” accoglie con moderato ottimismo la
nuova normativa che introduce la cd “class action”
anche in Italia, dopo che ciò era già avvenuto in
Danimarca, Francia, Portogallo e Francia.
Non
è sicuramente la più auspicabile delle leggi possibili
in materia, ma è sempre meglio una legge perfettibile
che la stasi assoluta. Questa legge avrà infatti il
grande merito di obbligare tutte le parti politiche a
migliorare eventualmente la disciplina approvata ieri
al Senato.Condividiamo il tetto del 10% da applicarsi
alle parcelle degli avvocati, in modo che queste
azioni collettive non siano strumentalizzate
economicamente. Forse - quali possibili miglioramenti
- è auspicabile una maggiore tutela per le imprese,
che comunque saranno obbligate , dalle class actions,
a migliorare i propri servizi, ed una più chiara
indicazione delle associazioni legittimate ad agire.
Per
noi giovani avvocati, la classe forense deve essere
sempre più vicina agli interessi dei consumatori ed in
quest’ ottica l’ “A.N.P.A.-GIOVANI LEGALI ITALIANI”
ha aperto da qualche settimana una friendship
con il nuovo forum di discussione www.unionegiovaniavvocati.it
ove vi è un apposito spazio in favore dei cittadini
che potranno chiedere sommari consigli legali su
qualunque problema legale.
dichiara Gaetano
Romano , Presidente dell’ “Associazione
Nazionale Praticanti ed Avvocati -Giovani Legali
Italiani”.
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http://www.mondoprofessionisti.eu/
Indagine Ocse sulle liberalizzazioni
L'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo
economico ha avviato una indagine esplorativa sullo
stato del sistema regolatorio in Italia e sulle
liberalizzazioni
Tema centrale, la verifica dell'esistenza di limitazioni
al settore privato e alla libertà di impresa, ma non
solo. Infatti, buona parte degli incontri che la
commissione avrà con le diverse rappresentanze del mondo
politico, economico e professionale, dall'11 al 15
febbraio, vertono anche sulla riforma delle professioni.
Tra gli invitati ai meeting vi è la Federazione
Nazionale degli Ordini, la cui delegazione composta dal
presidente Giacomo Leopardi, dal vicepresidente Andrea
Mandelli , dal segretario Maurizio Pace e dal direttore
Antonio Mastroianni, sarà ascoltata indomani 14
febbraio. I temi dell'incontro, parzialmente anticipati
dalla commissione dell'OCSE, comprendono dunque la
valutazione della natura e dello stato di attuazione
delle riforme relative alle libere professioni
introdotte nel 2006. In particolare, la FOFI è chiamata
a dare il suo punto di vista sulla vendita dei farmaci
da banco negli esercizi commerciali, la possibilità per
società di farmacisti di possedere più di una farmacia,
la possibilità per i farmacisti di costituire più di una
società di farmacisti e, infine, la possibilità per le
farmacie di fare pubblicità. Ai rappresentanti della
categoria si chiederà anche se possiedono dati
aggiornati sugli sconti praticati su SOP e OTC nelle
farmacie private e comunali, nelle parafarmacie e nella
grande distribuzione. Infine sarà affrontata la
questione della procedura di infrazione avviata nei
confronti dell'Italia da parte della Commissione
europea, che contesta il divieto di acquisto di
partecipazioni da parte di imprese di distribuzione di
medicinali in farmacie private o comunali e la riserva
di titolarità di farmacie private ai soli farmacisti o
persone giuridiche composte di farmacisti. Questi punti,
in tutto o in parte, saranno affrontati anche nelle
audizioni del ministero della Salute e di quello dello
Sviluppo economico
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COMUNICATO STAMPA
GIOVANI AVVOCATI: “ PLAUDIAMO ALL’INTERVENTO DELLA
COMMISSIONE EUROPEA CONTRO IL VINCOLO DELLE TARIFFE
MASSIME”
“Apprendiamo con piacere che la Commissione europea ha
deciso di inviare un parere motivato all'Italia in cui
si contesta il vincolo obbligatorio delle tariffe
massime degli avvocati. Auspichiamo che il nuovo
governo si adegui nei prossimi due mesi all’
autorevole intimazione della Commissione Europea ,
altrimenti confidiamo che la Commissione rinvii il
tutto alla Corte di giustizia delle Comunita' europee.
Con la prossima abolizione del divieto di oltrepassare
le tariffe massime ordinistiche, si chiuderà un
importante processo di modernizzazione del rapporto
tra il cittadino ed i professionisti.
Con orgoglio rivendichiamo come sin dal 2004 -
all’interno dell’avvocatura - l’ “A.N.P.A.- GIOVANI
LEGALI ITALIANI” abbia posto come impellente il
problema di una maggiore competitività degli studi
professionali attraverso l’abolizione dei vincoli
tariffari, del divieto di far pubblicità informativa
nonchè attraverso la possibilità di costituire società
multidisciplinari.
Il prossimo Governo dovrà completare l’opera di
modernizzazione del sistema professionale sollecitata
con coraggio negli anni scorsi anche dai vertici di
Confindustria ed iniziata meritoriamente dal
precedente Governo mettendo al centro degli interessi
il cittadini consumatore, le imprese ed i Giovani
professionisti
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Resiste lo stop alle tariffe minime
da Italia Oggi
Una sentenza della Corte costituzionale salva il
decreto Bersani sulle liberalizzazioni
È legittima anche la pubblicità allo studio
professionale
Il decreto Bersani passa a pieni voti l'esame alla
Consulta. Resistono, infatti, le norme sulla
liberalizzazione delle professioni che hanno
introdotto in Italia, fra l'altro, l'abolizione
delle tariffe minime e la possibilità di fare
pubblicità al proprio studio. E' quanto affermato
dalla Corte costituzionale che, con la sentenza n.
443 di ieri, ha dichiarato non fondata la
questione sollevata in riferimento all'art. 2 del
dl 223 del 2006. Fra le mille perplessità dei
professionisti e soprattutto degli ordini, con la
manovra bis sono state abrogate le disposizioni
concernenti le tariffe obbligatorie fisse o
minime. Non solo. È caduto il divieto «di
pubblicizzare i titoli e le specializzazioni
professionali, le caratteristiche del servizio
offerto e il prezzo delle prestazioni». È venuto
meno anche «il divieto di fornire all'utenza
servizi professionali di tipo interdisciplinare da
parte di società di persone o associazioni fra
professionisti». È già la seconda volta che il
Veneto prova a smontare la manovra più discussa
del governo Prodi. Sono materie, ha detto la
difesa regionale a sostegno della questione
sollevata, che devono essere regolate con la
partecipazione delle regioni e non in via
esclusiva dallo stato. C'è violazione dell'art.
117 della Costituzione. Ma sotto il profilo delle
competenze il Collegio di palazzo della Consulta
non ha ravvisato nessuna irregolarità. Il
salvagente usato è la «tutela della concorrenza»:
l'art. 2 del dl 223, infatti, sbaraglia i limiti
alla concorrenza imposti dalle norme abrogate.E,
si sa, questa materia appartiene in via esclusiva
allo stato. Dunque, per il momento la Corte
costituzionale ha certificato che il decreto
Bersani è stato emanato da chi era competente,
senza addentrarsi sulla conformità delle singole
norme alla Carta fondamentale. Anche se, in
sentenza, non mancano cenni ai numerosi imput
lanciati dall'Europa nel senso della
liberalizzazione delle professioni. «Con
particolare riferimento alle restrizioni alla
concorrenza nel settore delle professioni», si
legge in fondo alle motivazioni, «si deve,
infatti, segnalare la Relazione sulla concorrenza
nei servizi professionali presentata dalla
Commissione il 9 febbraio 2004. Il 5 settembre
2005, la Commissione ha presentato il seguito
della suddetta Relazione, in cui si giunge alla
conclusione, tra l'altro, che gli Stati membri
dovrebbero avviare un processo di revisione delle
restrizioni esistenti, con riferimento sia alle
tariffe fisse, sia alle limitazioni di
pubblicità». E poi, spiega ancora il Collegio,
«con specifico riguardo alle professioni legali e
all'interesse generale al funzionamento dei
sistemi giuridici, il Parlamento europeo ha
adottato, il 23 marzo 2006, una risoluzione, nella
quale si riconosce che «le tabelle degli onorari o
altre tariffe obbligatorie» non violano gli artt.
10 e 81 del Trattato, purché la loro adozione sia
giustificata dal perseguimento di un legittimo
interesse pubblico». Debora Alberici
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Il Segretario Nazionale Ivano Lusso
nell' articolo del "Sole 24 Ore Nord Ovest"
del 24 Ottobre 2007 intitolato "Il Marketing
piace agli Avvocati" si sofferma sui dati di
una ricerca estiva del CENSIS secondo cui ,
almeno nel Nord-Ovest,sono aumentati del 20%
gli investimenti in pubblicità, specie da
parte dei Giovani Avvocati.
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Proposta sul Corriere della Sera : Paghiamo gli
Avvocati a forfait
"Giustizia? Costi tedeschi»
di Massimo Sideri - 3 dicembre 2007 Corriere
della Sera
Marchesi: l’inefficienza fa più paura della Cina
MILANO - «Pagare gli avvocati a forfait, come si
fa in Germania e non più a prestazione». La
proposta non piacerà di certo ai legali. E
infatti lei, Daniela Marchesi, ricercatrice Isae
e collaboratrice de lavoce.info, mette le mani
avanti. E specifica che non è colpa degli studi
di avvocatura se l’inefficienza della giustizia
italiana pesa anche sulla crescita economica,
come ha detto solo mercoledì, il governatore
Mario Draghi parlando al termine della
tradizionale «lezione Baffi». È come
l’assassinio sull’Orient Express, chiosa: tutti
implicati, nessun colpevole. Anche perché un
altro tema cardine è quello dei tribunali troppo
piccoli per essere efficienti. Però, aggiunge,
«bisogna rompere il circolo vizioso nel punto
più fattibile». Che è appunto l’incentivo, del
tutto legittimo con le regole attuali che
prevedono un grado molto alto di garanzie, a
superdocumentare i processi civili rendendoli
molto lunghi. «II nodo sta nell’eccesso di
garanzie che si trasforma in un vantaggio per
chi non rispetta le regole - spiega la Marchesi.
L’avvocato della parte che ha torto è spinta ad
allungare così il processo a vantaggio del
proprio assistito. Paradossalmente, a causa
delle parcelle a prestazione - una sorta di
cottimo - se tentasse di semplificare
accelerando la chiusura del giudizio sarebbe
pagato di meno. Dall’altra parte anche
l’avvocato di chi crede di aver subito il torto
subisce l’atteggiamento del collega e produce
documenti su documenti». Ecco svelato uno dei
misteri della lungaggine dei processi civili
italiani. Ma con delle parcelle a forfait non si
rischia di spingere i legali a chiudere il più
velocemente possibile la causa magari anche
perdendo? «No - spiega la ricercatrice che su
questi temi ha pubblicato diversi libri editi da
Il Mulino - perché la riforma Bersani ha gia
previsto il correttivo e cioè il premio in caso
di vittoria per l’avvocato». Insomma, per la
Marchesi una riforma di questo genere sarebbe
più di un passo avanti. Se non c’è il colpevole
ci sono però le vittime di un iter giudiziario
lento. E non sono le grandi aziende «perché nei
grandi casi, si arriva all’arbitrato». Ma le pmi.
È su di loro che si abbatte il «circolo vizioso
dell’inefficienza che crea una barriera
all’ingresso per chi è fuori dal circuito perché
le aziende per assicurarsi sul rischio giustizia
preferiscono firmare contratti con partner che
conoscono». Una valutazione dell’impatto arriva
da un rapporto Capitalia sugli ostacoli alla
crescita delle piccole e medie imprese:
l’inefficienza giudiziaria pesa per il 12%
contro solo il 2% della concorrenza asiatica e
il 7% della carenza infrastrutturale. La voce è
seconda solo alla burocrazia che pesa per il
17%.
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La Commissione
europea stringe il cerchio e aumenta la pressione
sull'Italia, affinché faccia cadere i tetti sulle tariffe
massime imposte agli avvocati. Il commissario al Mercato
interno, Charlie McCreevy ha inviato un parere motivato a
Roma, secondo stadio della procedura d'infrazione, per
l'esistenza di tariffe forensi massime obbligatorie anche
in campi, come il diritto commerciale o societario, nei
quali non sono giustificate dall'esigenza di garantire il
diritto dei cittadini alla difesa. Se l'Italia non farà
cadere i tetti esistenti entro due mesi, scatterà il
deferimento alla Corte di Giustizia europea.
L'intervento di Bruxelles, avviato con una lettera di
messa in mora anticipata dal Sole 24 Ore del 23 marzo
scorso, è volto soprattutto a eliminare vincoli
ingiustificati all'attività sul mercato italiano di grandi
studi legali stranieri. E a tutelare perciò anche il
diritto di imprese o professionisti italiani di rivolgersi
a law firms di altri Paesi europei, qualora lo ritengano
più opportuno a prescindere dagli alti onorari.
Secondo McCreevy, le tariffe massime forensi italiane
configurano una violazione degli articoli 43 e 49 dei
Trattati Ue che tutelano la libertà di stabilimento e la
libera prestazione dei servizi. In quanto costituiscono un
ostacolo all'esercizio della professione sia di tipo
quantitativo che per la struttura intrinseca. In base
all'atto di accusa di Bruxelles, la normativa italiana non
permette di remunerare adeguatamente, in sede di giudizio,
i costi sostenuti da un avvocato straniero. Il
professionista di un altro Paese europeo, anche se
preferito dal cliente italiano, non può infatti applicare
tariffe superiori a quelle massime nazionali, nemmeno per
tenere conto delle spese di viaggio e traduzione. Né può
contare su un'adeguata liquidazione da parte del giudice,
quando agisca in tandem con un avvocato italiano,
esercitando una prestazione temporanea.
Non va poi dimenticato che il tariffario italiano fissa
tetti per tipo di prestazione e mette perciò in difficoltà
quegli studi legali stranieri che in genere fatturano ai
clienti un onorario in base alle ore di lavoro degli
avvocati impegnati, a prescindere dal genere di attività
svolta.
Bruxelles ha preso in esame anche le motivazioni che
potrebbero giustificare la presenza di un tetto alle
tariffe forensi. Ed è giunta alla conclusione di
considerarle ammissibili, per tutelare il libero accesso
alla giustizia, nel campo della difesa di diritti
fondamentali della persona fisica, e cioé del diritto
penale e di famiglia. I tetti tariffari non sono invece
considerati giustificabili dalla Commissione nei rapporti
tra persone giuridiche e nelle aree del diritto
societario, commerciale, civile, amministrativo e
tributario.
È la terza volta che Bruxelles attacca le tariffe degli
avvocati italiani. Una prima lettera di messa in mora fu
inviata nel luglio 2005 e mise sotto accusa i tariffari
italiani sulle attività stragiudiziali, e una seconda (o
prima complementare) partì nel dicembre 2005 e stigmatizzò
anche i tariffari giudiziali. McCreevy prese però poi atto
che i principali elementi di rigidità erano caduti, grazie
al decreto Bersani (convertito dalla legge 248/2006), che
abolì il rispetto delle tariffe obbligatorie minime per le
professioni regolamentate. Restano ora nel mirino le
tariffe massime. Visto che, secondo Bruxelles, quando non
siano in gioco i diritti fondamentali della persona, nel
rapporto tra cliente e avvocato, dovrebbe prevalere la
libertà contrattuale, accompagnata dalla possibilità di
contestare gli onorari ritenuti eccessivi di fronte al
Consiglio dell'Ordine o a un altro organo competente.
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COMUNICATO STAMPA
GIOVANI AVVOCATI: “ PLAUDIAMO ALL’INTERVENTO DELLA
COMMISSIONE EUROPEA CONTRO IL VINCOLO DELLE TARIFFE
MASSIME”
“Apprendiamo con piacere che la
Commissione europea ha deciso di inviare un parere
motivato all'Italia in cui si contesta il vincolo
obbligatorio delle tariffe massime degli avvocati.
Auspichiamo che il nuovo governo si adegui nei
prossimi due mesi all’ autorevole intimazione della
Commissione Europea , altrimenti confidiamo che la
Commissione rinvii il tutto alla Corte di giustizia
delle Comunita' europee.
Con la prossima abolizione del divieto di oltrepassare
le tariffe massime ordinistiche, si chiuderà un
importante processo di modernizzazione del rapporto
tra il cittadino ed i professionisti.
Con orgoglio rivendichiamo come sin dal 2004 -
all’interno dell’avvocatura - l’ “A.N.P.A.- GIOVANI
LEGALI ITALIANI” abbia posto come impellente il
problema di una maggiore competitività degli studi
professionali attraverso l’abolizione dei vincoli
tariffari, del divieto di far pubblicità informativa
nonchè attraverso la possibilità di costituire società
multidisciplinari.
Il prossimo Governo dovrà completare l’opera di
modernizzazione del sistema professionale sollecitata
con coraggio negli anni scorsi anche dai vertici di
Confindustria ed iniziata meritoriamente dal
precedente Governo mettendo al centro degli interessi
il cittadini consumatore, le imprese ed i Giovani
professionisti
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Uno stralcio dell'articolo "Via
le Caste,strada aperta ai più giovani"
Bersani:indispensabile
superare familismo e corporativismo
di Liva Pandolfi (I.O.)
[......................] Domanda ..........." Il
dibattito in corso sulla meritocrazia, la scarsa
mibilità sociale e le caste investe anche e soprattutto
i giovani che vogliono lavorare e rischiare in
proprio.Qual'è la sua ricetta per trasformare l'Italia
in un paese delle occasioni e dell'equità?
Risposta del Ministro Bersani:"Per
favorire la meritocrazia, per "indebolire le caste" e
dare spazio ai giovani occorre, innanzitutto una
politica che superi la cultura del familismo,del
corporativismo e del localismo.Serve un'Italia che sta
con chi bussa alla porta, che apre la strada ai giovani
e che si occupa di chi vuole aprire una farmacia o fare
l'avvocato, non avendo il vantaggio di essere "figlio
d'arte", nè la fortuna di conoscere qualcuno".
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Uno stralcio dell'articolo
"Voglio i giovani nel pd" de "Il Tirreno" del
15.07.2007
[......................]
Secondo la Melandri politiche
giovanili non sono solo politiche assistenziali perchè i
giovani non devono essere visti come un problema ma come una
risorsa.Sono piuttosto "le liberazzazioni di Bersani, la
riforma degli ordini professionali,che fa saltare un pò di
tappi impedendo che solo i figli di avvocati o arichitetti
diventino avvocati o architetti"
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Studi legali sempre più sui media da
(I.O.)
16/7/2007
Cresce la visibilità delle law
firm sui giornali dopo le liberalizzazioni del ministro
Pierluigi Bersani
Un business da 10 milioni per le
agenzie di comunicazione
Agenzie di comunicazione alla
conquista del mercato legale. Con una torta da spartire
che tocca quota 10 milioni di euro. Secondo
un'elaborazione di ItaliaOggi, infatti, a tanto
ammonterebbe il valore totale della comunicazione
istituzionale delle firm, eventi esclusi. E quel che è
certo, è che a un anno dal decreto Bersani, che ha
sciolto i lacci della comunicazione per gli avvocati, le
agenzie sono preparate a coglierne i frutti. Non solo
prendendo incarico di gestire in toto la comunicazione
istituzionale degli studi, ma anche semplicemmente
comunicando quali sono gli advisor legali in particolari
operazioni finanziariue e societarie. ItaliaOggi ha
contattato tre agenzie di comunicazione. Ed è emerso che
Barabino & partners (Bonelli Erede Pappalardo e altri)
prevede, per il 2007, uno sviluppo del 40% dell'area.
Mentre oggi rappresenta il 5% del fatturato complessivo.
Weber Shandwick(Ughi e Nunziante) ha creato una task
force ad hoc, dedicata appunto alle firm. Image Building
(Nctm e altri) è pronta a sfruttare le «ottime
possibilità di sviluppo del mercato legale». Insomma, se
forse il decreto Bersani non ha influito sulla
pubblicità relativa al costo dei servizi (si veda
ItaliaOggi del 16 giugno scorso), ha incentivato, però,
la comunicazione istituzionale. Con Barabino & partner
che, a oggi, assiste sei studi legali, dei quali uno
internazionale, e ha creato un'area espressamente
dedicata al legal. «La comunicazione, per gli studi
legali», ha spiegato Claudio Cosetti, partner della
società, «sta diventando un'area con sempre maggior peso
per una società quale Barabino & partners, specializzata
in comunicazione corporate ed economico finanziaria».
«La nostra attività», ha detto ancora Cosetti, «è
strutturata con l'obiettivo di coprire le diverse
esigenze di comunicazione dello studio sia nell'area
dell'attività di media relations che in aree quali la
comunicazione visiva. I servizi variano da 50 a 120 mila
euro l'anno». Mentre secondo Giuliana Paoletti,
fondatore e amministratore unico di Image Building, «il
recente decreto Visco-Bersani ha cambiato l'approccio
alla comunicazione degli studi legali e ha portato molte
firm a esternalizzare questo tipo di attività. Anche
Weber Shandwick ha rilevato «una profonda accelerazione
e apertura, anche delle boutique nazionali, nei
confronti della comunicazione», ha dichiarato Pier
Lodigiani, director practice corporate della società.Tra
gli studi legali che, invece, hanno deciso di
internalizzare la comunicazione, con strutture ad hoc,
ItaliaOggi ha sentito Freshfields e Pavia e Ansaldo. Che
reputano più vantaggioso, dal punto di vista operativo,
non affidarsi a un'agenzia. «La comunicazione è un
elemento molto importante e delicato per Freshifields»,
ha spiegato Mario Ortu, socio, «quindi affidarsi a una
struttura interna, per continuità e contiguità, diventa
una necessità». Anche per Roberto Zanchi, managing
partner di Pavia e Ansaldo, «una risorsa interna può
meglio comprendere le esigenze di comunicazione dello
studio, riflettendo all'esterno lo stile proprio della
nostra firm e fornendo quindi un prodotto meno
standardizzato». Aggiunge Elisabetta Saura di Norton
Rose che quella interna è una comunicazione di lungo
periodo. Creata non solo per apparire sui media per
creare delle buone relazioni con l'esterno che possono
portare a incrementare il business dello studio. «Ed è»,
conclude, «un servizio che costa molto meno rispetto a
quello affidato a un'agenzia».Gabriele Ventura e Ignazio
Marino
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Avvocati. Possibile la quotazione
dal prossimo anno
La professione legale «non è come
un negozio di alimentari a Grantham» (località in cui
era droghiere il padre dell’en premier Margharet
Thatcher). Solo venti anni fa questo era il ritornello
degli avvocati inglesi, il cui spauracchio era il
modello americano: «dove gli avvocati sono mercanti che
inseguono ambulanze e piombano sulla scena di ogni
incidente per procacciarsi lavoro». Oggi il mercato dei
servizi legali inglesi è una realtà che si prepara a
sbarcare in Borsa. Lo prevede, dal 2008, il Legai
services bill, che Michael Roch, partner della società
britannica di consulenza e formazione manageriale per i
servizi professionali Kerma Partners, ha esposto qualche
giorno fa a Milano, davanti a un parterre di law firm
prevalentemente italiane. Studi che si posizionano sul
segmento più elevato dei servizi alle imprese, che già
si considerano essi stessi “imprese” sui mercati
internazionali e ai quali il dibattito su riforma delle
professioni, tariffe e pubblicità appare già superato
dalle esigenze della globalizzazione. Il Legai services
bill infatti, introduce, tra raltro, la quotazione in
Borsa per gli studi legali, consentendo la vendita di
una quota di minoranza non superiore al 25 per cento.
«Sarà un “Big Bang” — ha detto Michael Roch — più o meno
pari al trauma che furono le liberalizzazioni imposte
nel 1987 dalla Thatcher. Allora la Law society ingaggiò
una battaglia durissima e mediatica contro la “svendita”
della professione. Battaglia che perse». Un
disorientamento che però ha portato una nuova fase di
sviluppo. «La crisi nei settori tradizionali —ha
spiegato Daniel Muzio, ricercatore dell’università di
Lancaster, che studia l’economia delle professioni — ha
semplicemente spinto la professione a sviluppare nuovi
mercati. Ad esempio, l’infortunistica, un’area che è
cresciuta a ritmi molto sostenuti, in parte alimentati
dall’introduzione di nuove formule tariffarie come il
no-win no-fee, per cui l’avvocato viene pagato solo in
caso di vittoria, ricevendo però, in questo caso, un
sostanzioso premio sulla sua parcella». L’altra area di
gran crescita è rappresentata dal diritto societario e
commerciale; in questo campo la professione legale ha
tratto beneficio dalla “locomotiva” economica
rappresentata dalla City di Londra. «Da più di un
ventennio — ha spiegato Roch— si è assistito in Gran
Bretagna a un processo di consolidamento organizzativo.
La professione inglese è ormai altamente dominata dai
grossi studi associati». Basti pensare che nel 2000 poco
più di 100 grandi studi, con più di 25 soci, impiegavano
il 36% degli avvocati e generavano il 50% del fatturato
professionale. Dieci anni prima le rispettive quote
erano il 23% ed il 38 per cento. Oggi una vera e propria
multinazionale del diritto come la Clifford Chance, il
più grande studio legale al mondo, ha più di 600 soci,
quasi 3 mila avvocati e produce un fatturato di un
miliardo di sterline, e utili per più di 300 milioni.Il
segreto? «Giovani talenti, un calibrato sistema di
incentivi economici e di formazione costante, software e
tecnologia per standardizzare le procedure. Manager e
logiche per massimizzare l’efficienza e ridurre i
costi», risponde Roch. E se in Gran Bretagna è stato
rilevato che è stata la middle class a soffrire
maggiormente la polarizzazione tra servizi ad altissimo
livello (e di caro prezzo) e mercato di basse
prestazioni, «proprio in questi ultimi anni, molti studi
medi si stanno riposizionando sulla domanda di servizi
legali delle famiglie e delle piccole imprese. Proprio
perché hanno individuato un mercato». Ma se per molti
avvocati la prospettiva è di essere dipendenti, quale
destino hanno i piccoli studi? «Ogni Paese è diverso»,
ammette Roch. «La ricetta inglese è stata associarsi,
stringere partnership con i grandi studi, magari per
presidiare aree in cui non è conveniente aprire filiali.
E ancora, offrire servizi di nicchia, Insomma,
specializzarsi». Laura Cavestri
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Indagine completa ad
un anno dalle liberalizzazioni in favore dei Giovani
del Ministro Bersani
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La carica dei
web-professionisti
3/9/2007 Il Sole 24 Ore
Pareri legali via chat
gratuita dalla scrivania di casa. Blogger
favorevoli alle liberalizzazioni "targate" Bersani
con rimandi al proprio studio legale. Ma anche i
primi spot pubblicitari, in salsa casalinga, in
onda con un click sulla vetrina, per esempio, di
YouTube. Un po' per protagonismo, un po' per fare
business, avvocati, commercialisti, notai sono
sempre più presenti sulla rete. Sono stati
costretti per anni, e con qualche ritrosia, a
informatizzare i sistemi di trasmissione, a
dialogare con i siti delle Entrate e quelli
istituzionali. E la caduta degli ultimi paletti
alla pubblicità – dopo l'entrata in vigore del
primo Dl Bersani sulle liberalizzazioni, oltre un
anno fa – ha aperto ai professionisti iscritti
agli Albi strade inesplorate per farsi conoscere.
Ma la velocità cui viaggiano le possibilità
offerte da una tecnologia sempre più integrata
rischia di travolgere i paletti tradizionali della
deontologia, della comunicazione «corretta e
veritiera», del «divieto di accaparramento della
clientela». E fa soprattutto breccia tra i
professionisti under 40: informatizzati, in cerca
di un mercato e pronti a sperimentare.
Siti personali e
video-spot.Il filone pubblicitario più numeroso,
in rete, è quello dei siti degli studi legali. Il
comma 4 dell'articolo 17-bis del Codico
deontologico forense chiarisce che «l'avvocato può
utilizzare i siti web con domini propri e
direttamente riconducibili a sé, previa
comunicazione al Consiglio dell'Ordine». Tanto che
sono nate anche società specializzate nella
creazione di siti per studi legali. «Gli avvocati
maturi – spiega, per esempio, il titolare di
Opelegis.net – non credono nelle potenzialità
della rete, a differenza dei più giovani, che però
hanno pochi soldi e preferiscono il fai-da-te». In
un anno la società ha realizzato una ventina di
siti web per studi. Tariffe: dai 300 ai mille euro
per realizzarlo (a parte le spese di aggiornamento
e mantenimento del dominio in cima ai motori più
"gettonati"). Sui quali si intercettano anche i
primi pionieristici videospot di legali che,
seduti alla propria scrivania, presentano il loro
studio e i servizi offerti. Ma c'è anche chi si
spinge oltre, e si lancia in filmati amatoriali,
con voce fuori campo e immagini di dissapori
coniugali e sinistri per "raccontare" i servizi
offerti.
I blog. Nel codice
deontologico non sono mai menzionati. Ma il vero
fenomeno nella comunicazione professionale è il
blog. Innanzitutto, perchè è gratis. È uno spazio
in rete in cui si può scrivere, inserire foto e
video appoggiandosi a una piattaforma. Diari
personali facilmente aggiornabili. Ma chi è
veramente responsabile dei contenuti, dei pareri
legali attorno cui si anima la community? «Sono un
appassionato della rete - spiega l'avvocato
Michele Antonio Giliberti - e già da un paio
d'anni gestisco un blog personale. Così è nata
l'idea di aprirne uno per pubblicizzare lo studio.
È soprattutto uno spazio virtuale in cui dialogare
e confrontarsi con gli altri». Per i blog non
esiste una normativa di riferimento. «Non avendo
regole da seguire – afferma Giliberti – mi sono
guardato attorno e attenuto a quello che
pubblicano anche gli altri colleghi». E quando su
qualche blog si raccontano i "successi"
dell'avvocato o del suo studio, dove si fissa il
confine della pubblicità elogiativa o
dell'accaparramento della clientela, entrambi
proibiti? Da strumento di promozione a mezzo di
comunicazione tra avvocato e cliente il passo è
breve. Uno studio milanese ha attivato Skype:
ovvero, il software che permette di conversare
attraverso il computer. Gratis o quasi. Per
trovare un professionista è necessario iscriversi
a una piattaforma a pagamento. Per gli utenti c'è
anche un incentivo: chiunque si registra può
indicare il costo al minuto per la consulenza
offerta – nel caso specifico 150 euro l'ora circa
– e ricevere il pagamento via PayPal appena
conclusa la conversazione.
La deontologia. «L'articolo
17 bis del Codice – spiega il presidente del
Consiglio nazionale forense, Guido Alpa – non
limita i mezzi da usare. Radio, Tv, web, la
pubblicità è libera. Il controllo è semmai nei
contenuti, veritieri, corretti e verificabili. Ma
è impossibile vigilare sull'intera rete. Inoltre,
la consulenza legale non è materia riservata,
dunque chiunque può dispensare consigli su video
in rete». Le armi degli Ordini – ammette Alpa –
sono spuntate. «Dei blog non ci siamo occupati ma
sono un fenomeno da studiare. Con un'interpetazione
estensiva si potrebbero assimilare ai siti web».
Ma come si vigila sui contenuti di un "diario" in
continuo aggiornamento? «Il fatto è che mezzi e
contenuti sono del tutto impalpabili. Se scrivo
informazioni scorrette, aggressive, errate o
lesive, si possono cancellare, chiudere il sito o
il blog in ogni momento». Insomma, le guardie
rischiano di intervenire quando i buoi sono già
scappati. Laura Cavestri e Francesca Milano
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Ospitiamo un
piccolo intervento del Presidente Nazionale
Gaetano Romano:
"Ogni uscita
dei testi dei famosi Professori ed editorialisti
Alesina e Giavazzi rappresenta un fondamentale
contributo per le liberalizzazioni, per la
modernizzazione , per i Giovani (specie
Professionisti).
Il famoso
appello "L'Italia ce la può fare" del 2006
recava oltre la mia firma, quelle
prestigiosissime di
altri 14 importantissimi Personaggi tra i quali
spiccano senza dubbio i Professori Alesina e
Giavazzi"
Questo nuovo importante libro continua su quella
scia.
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Il libro-provocazione di
Alberto Alesina e Francesco Giavazzi che animerà
la nuova stagione politica
Perché il liberismo è di sinistra
Un' Italia più efficiente va a favore degli
outsider
di Dario di Vico
Corriere della Sera, 6 settembre, 2007
.
"Da qualche mese in alcuni supermercati e
autogrill italiani giovani farmacisti vendono
medicinali a un prezzo inferiore del 20-30 per
cento rispetto alle vecchie farmacie di città.
Chi è più di sinistra? Chi liberalizza commercio
e professioni o chi permette che le farmacie si
tramandino di padre in figlio consentendo loro
di far pagare a prezzi esorbitanti anche
medicinali comunissimi come l' aspirina?".
Comincia con un esempio assai concreto quello
che si candida ad essere il libro-provocazione
della rentrée politica: Il liberismo è di
sinistra.
Lo hanno scritto due economisti, Alberto
Alesina e Francesco Giavazzi, che vivono un
po' al di qua e un po' al di là dell' Atlantico
e sono abituati ormai ad alternare gli studi e
le ricerche alla battaglia delle idee. Stavolta
però hanno deciso di farla grossa: sfidare l'
opinione corrente che accoppia indissolubilmente
le parole "liberismo" e "destra", mentre - a
parer loro - concorrenza, riforme e merito
dovrebbero essere le nuove bandiere della
sinistra, perché chi ha a cuore i valori storici
dell' equità e delle pari opportunità è bene
che, oggi e in Italia, faccia affidamento
innanzitutto sul mercato.Con queste premesse il
libro ha tutti i requisiti per far discutere ed
è intanto una prova della vitalità della scuola
milanese di economisti. Il ragionamento dei due
professori - tutt' altro che catalogabile nello
schema dell' antipolitica - può essere riassunto
in tre punti-chiave: a) il proliferare delle
caste e delle lobby dimostra che la politica ha
fallito in uno dei compiti primari che si era
data, garantire l' allocazione "democratica"
delle risorse; b) la sinistra più della destra
ha ancora una chance, fare quelle riforme
liberiste che "renderebbero l' Italia più
efficiente ma anche più equa"; c) se il Belpaese
diventasse più efficiente, ad avvantaggiarsene
non sarebbero i soliti happy few o gli
immancabili poteri forti, ma gli outsider. Nel
libro c' è un passaggio rivelatore di come la
pensino i due a proposito di leadership della
sinistra. Ricordano come Walter Veltroni al
momento di candidarsi alla guida del Partito
democratico abbia citato Vittorio Foa ("La
destra è figlia legittima degli interessi
egoistici dell' oggi, la sinistra degli
interessi di coloro che non sono ancora nati") e
subito dopo chiosano che se questa è la sinistra
che sogna Veltroni, non è certo quella
rappresentata nel governo Prodi.Per sostenere le
loro tesi eterodosse i due professori portano,
tra gli altri, l' esempio del caso Lecce. La
locale università ha fatto una dissennata
politica di assunzioni tecnico-amministrative e,
avendo sprecato i soldi, lo scorso inverno il
rettore è stato costretto a sospendere persino
il riscaldamento nelle aule. In città pochi
sembrano preoccuparsene: i figli della buona
borghesia salentina studiano a Bologna, Torino,
Milano. A Lecce sono rimasti solo quelli che non
possono permettersi un trasferimento al Nord. E
che fatalmente si troveranno ad avere in mano un
titolo di studio palesemente svalutato.Chi è più
di sinistra, dunque: chi vuole un' università
più snella o chi continua a stanziare fondi per
perpetuare lo status quo? Sui ritardi nel
liberalizzare le professioni Alesina e Giavazzi
avanzano poi una tesi assai maliziosa. La
sinistra è riottosa, sostengono, perché sa che
il passaggio successivo è la liberalizzazione
del mercato del lavoro, che toccherebbe "gli
interessi di quello zoccolo duro di lavoratori
anziani illicenziabili e di impiegati pubblici
superprotetti dall' attuale legislazione". Ma
solo liberalizzando il mercato le assunzioni
aumentano. Lo insegna l' America, storicamente
liberista, ma anche la Danimarca. che ha tolto
ogni ostacolo ai licenziamenti, garantendo però
un efficace sistema di sussidi alla
disoccupazione e di incentivi a ritrovare
lavoro.Se in Italia, invece di coltivare "la
retorica del salvataggio", si fosse fatta
fallire l' Alitalia, si sarebbero creati spazi
di mercato per altre compagnie, vecchie e nuove,
che nel frattempo avrebbero assorbito gli ex
dipendenti Alitalia e i prezzi inferiori, dovuti
all' aumento della concorrenza, avrebbero
attirato nuovi viaggiatori. Invece il
contribuente italiano continua a pagare da anni
per coprire le perdite della compagnia di
bandiera.Una sinistra che, seguendo i consigli
di Alesina e Giavazzi, volesse far suo il verbo
liberista dovrebbe però mandare in soffitta il
mito dell' alleanza dei produttori. "Un mito -
spiegano - che ha le radici in una visione
marxista del lavoro: il marxismo si focalizza
sulla produzione, sul conflitto di classe all'
interno del sistema produttivo; la domanda, cioè
i consumatori, è pressoché irrilevante". E come
conseguenza la sinistra italiana fa ancora tanta
fatica a vedere i consumatori come una categoria
a cui dare rappresentanza.Eppure la storia
insegna che capitalisti e lavoratori possono
scontrarsi, come è accaduto e accade spesso in
Italia, ma possono anche trovare un accordo a
carico dei soggetti terzi, i contribuenti e i
consumatori. Il caso di scuola è il punto unico
sulla scala mobile, adottato di comune accordo
tra Luciano Lama e Giovanni Agnelli in nome
dell' alleanza dei produttori. In quella
circostanza gli industriali ottennero la
benevolenza del sindacato ma scaricarono sui
consumatori gli oneri di un' intesa che avrebbe
acceso l' inflazione.Con qualche preoccupazione
i due economisti segnalano una tendenza di
Romano Prodi a "progettare" un nuovo capitalismo
misto, guidato da banchieri e da manager
pubblici sotto l' ala protettiva del suo
governo. Ma il capitalismo di Stato - la nuova
forma dell' alleanza dei produttori - è di
sinistra? La risposta è secca: "No, perché
danneggia i consumatori". Pensare che banchieri
e manager pubblici nominati dai politici siano
più lungimiranti nelle scelte di investimento è
giudicata un' illusione.Ed è difficile dar torto
ad Alesina e Giavazzi. "Basta ripercorrere la
storia dell' Iri negli anni 70 quando impiegò
nel Sud risorse straordinarie delle quali non si
sono mai visti i risultati. Ricerca e sviluppo
non hanno bisogno della proprietà pubblica, ma
di buone università e incentivi, non alle
imprese ma ai nostri ricercatori migliori per
convincerli a non emigrare negli Stati Uniti".
Il capitalismo di Stato non è di sinistra perché
protegge corporazioni piccole ma potenti: alcuni
politici, alcuni manager pubblici, i dipendenti
di qualche impresa a partecipazione statale,
annotano lapidariamente gli autori.Rispetto a
precedenti loro lavori Alesina e Giavazzi
dedicano grande spazio alle issues della
sinistra, come welfare, disoccupazione e
povertà, ma la riflessione sul liberismo
possibile è inframmezzata da giudizi fulminanti
che rendono, oggi, più gradevole la lettura e,
domani, più pepati i commenti. I fruttivendoli
del centro di Milano, per i prezzi-monstre che
assegnano a fragole e mele, "paiono dei
gioiellieri", l' Agenda di Lisbona ("un' inutile
verbosità"), gli economisti keynesiani ("per
loro non è mai il momento buono per ridurre la
spesa pubblica"), Alleanza nazionale e i partiti
comunisti ("sulla politica economica
formerebbero un governo perfettamente omogeneo")
e infine Prodi e Tommaso Padoa-Schioppa.
"Vogliono essere ricordati come leader che, pur
di non rischiare nulla, hanno finito per essere
superati dagli eventi e puniti dagli elettori?
Noi speriamo che vogliano passare alla storia
come Bill Clinton, non come Jimmy Carter".
.
Il libro di Alberto Alesina e Francesco
Giavazzi, "Il liberismo è di sinistra", è edito
dal Saggiatore (pagine 126, euro 12)
Francesco Giavazzi, editorialista del "Corriere
della Sera", insegna Economia politica all'
Università Bocconi di Milano e al Mit di Boston.
Alberto Alesina, editorialista del "Sole 24
Ore", è docente di Economia politica al Mit e
alla Bocconi
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Avvocati, notai, tassisti, camionisti,
divorzi o blocchi: è sempre corporazione
FEDERICO ORLANDO RISPONDE
Cara Europa, vi segnalo la pagina 19 de La
Stampa dell’altroieri, che riporta
l’annuncio di Sarkozy il quale vuole
eliminare il giudizio dei tribunali nei
divorzi consensuali, affidandone la
soluzione ai notai. E noi?
ELENA MAGGI, GENOVA
Noi niente, cara signora. Noi siamo fermi
nella palude che un po’ alla volta ci
trascina in fondo, come dicono tutti gli
osservatori laici, dal Censis al New York
Times, dagli economisti del Corriere della
sera ai sociologi alla Diamanti su
Repubblica. Non solo noi non faremo
rivoluzioni alla Sarkozy, ma non riusciremo
neanche a ridurre la quarantena (3-5 anni
tra separazione legale e dichiarazione di
divorzio): ci sono proposte di legge in
parlamento (Elena Montecchi, Franca
Chiaromonte) da dieci anni, e là restano,
impantanate come tutta l’Italia, magari in
attesa del codice etico del Partito
democratico. Non faremo niente, a maggior
gloria della corporazione degli avvocati.
Quando, 26 o 27 anni fa, mi separai davanti
al tribunale di Roma, l’avvocato di mia
moglie ed io ci sedemmo a un tavolino e
buttammo giù in mezz’ora le clausole della
pratica, le passammo al giudice che
pronunciò la sentenza, io staccai un assegno
da 1 milione di lire e tutto finì. Capisco
che gli avvocati francesi (chissà se anche
loro fanno gli esami di stato con le tracce
sul computer, come in Italia) siano
furibondi con Sarkozy, che vuole liberare i
giudici non da tutti i 140 mila divorzi
annui (ormai la metà dei matrimoni), ma dai
75 mila consensuali, affidandoli ai notai.
Come dice il presidente dei legali, Iweins,
«guadagnamo molto dai divorzi e così
possiamo dedicarci alla difesa d’ufficio da
cui riceviamo rimborsi ridicoli: con la
riforma, da un lato c’è una professione
ricca, i notai, cui si offre un guadagno in
più, dall’altra una professione in crisi,
cui di fatto si lascia il compito di
difendere i poveracci». Alla faccia della
sincerità e dei codici deontologici. Questo
sì che è un franco parlare corporativo. Come
quello dei nostri tassisti e camionisti che,
coi politici e i magistrati che ci
ritroviamo, hanno dimorato di poter fare
quel che vogliono dei 60 milioni di
italiani. E ci si meraviglia se, come s’è
letto ieri, una fortissima minoranza di
persone, specie giovani, matura la
convinzione che forse della democrazia si
può anche fare a meno? Che frittata.
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La repubblica intervista a
Mario Monti-
All'Italia
mancano le riforme per
sfidare lobby e
corporazioni
- 24/01/2008
di Andrea Bonanni
La ricetta
francese per rilanciare
l'economia, appena
consegnata al presidente
Sarkozy, non sarebbe
applicabile all'Italia,
che si trova in una
situazione diversa e dove
mancano, «a monte», le
condizioni politiche per
fare le riforme. Se in
Francia le riforme
liberali si scontrano con
una resistenza culturale,
in Italia esse cozzano
contro l'incapacità
strutturale del sistema
politico di tener testa
alle spinte corporative e
agli interessi di parte. É
questa, in sostanza, la
conclusione a cui arriva
il professore Mario Monti,
chiamato da Jacques
Attali a far parte del
gruppo di consulenti di
altissimo livello che ha
preparato per il
presidente francese una
lista di 316 misure da
adottare «per cambiare la
Francia».
Professore,
in che cosa differiscono
la situazione francese e
quella italiana?
«L'idea di andare verso
riforme strutturali che
prevedono più
liberalizzazione e più
concorrenza, da noi non si
scontra più con
l'ostacolo di una
opposizione culturale e
intellettuale, ma con
l'incapacità del sistema
politico di realizzare
molto su questa strada
perché è strutturalmente
debole rispetto alle
corporazioni organizzate.
In Francia, invece, la
situazione è molto diversa
perché c'è una ostilità
intellettuale
all'economia di mercato.
Tre anni fa Chirac aveva
dichiarato che il
liberalismo era
altrettanto pericoloso del
comunismo e che, come il
comunismo, non avrebbe
prevalso. Da qui
l'importanza di questa
svolta che viene
sollecitata non dalle
raccomandazioni della
Commissione europea o del
Fondo monetario, ma da un
gruppo di 43 persone,
prevalentemente francesi».
Quindi sarebbe
inimmaginabile proporre
questa ricetta al governo
italiano, ammesso che ci
fosse un governo?
«Innanzitutto non so se
l'Italia abbia bisogno di
un'analisi complessiva di
questo tipo. Ma,
soprattutto, l'esistenza
stessa di questo rapporto
deve avere un momento
politico a monte.
Francamente non si
sarebbero mobilitate
quarantatré persone, in
genere molto occupate,
per un lavoro così
approfondito e impegnativo
se fosse stato solo per
produrre uno dei tanti
rapporti. La sensazione,
data la situazione
politica in Francia e dato
l'impegno del presidente
Sarkozy, è che questo
nostro sforzo possa dare
un contributo serio a
cambiare davvero le cose.
Senza questo tipo di
motivazione non ci
saremmo mossi».
Evidentemente condizioni
molto diverse da quelle
italiane.
«Qui in Francia c'è un
presidente che ha
intitolato il suo
programma alla "rupture",
e che quindi sente un
forte desiderio di
cambiamento. In Italia, mi
sembra che il problema,
più che di analisi, sia di
disponibilità degli
strumenti politici. Il
controllo della finanza
pubblica è stato fatto
abbastanza bene, anche
perché su questo terreno
l'Europa morde con i suoi
vincoli e con il Patto di
stabilità e questo aiuta
il governo italiano che ha
fatto un buon lavoro. Ma
sul terreno delle riforme
strutturali, in cui i
Paesi sono lasciati soli
perché la strategia di
Lisbona non è vincolante,
è l'esistenza o meno
delle condizioni politiche
interne a determinare il
successo. Sicuramente mi
sembra che in Italia la
questione di come
organizzare il sistema
delle decisioni pubbliche
per poter fronteggi
arepiù efficacemente la
pressione delle lobbies
sia una questione di "political
economy" assolutamente
fondamentale».
Quindi in Italia
l'emergenza è nel sistema
politico più che in quello
economico?
«Non parlerei di
emergenza, anche se in
questi giorni c'è
effettivamente
un'emergenza. Le ricette
economiche di cui ha
bisogno l'Italia sono
note, come del resto sono
note quelle di cui ha
bisogno la Francia. Ma
per il particolare
atteggiamento culturale
dei francesi verso
l'economia di mercato, in
Francia e' è molto più
bisogno di pedagogia, di
spiegazione. In Italia,
invece, i principi
dell'economia di mercato
sono da qualche tempo
ampiamente accettati, ma
il sistema politico
dovrebbe dotarsi degli
strumenti che gli
consentano dimetterli in
pratica».
Vuol dire che da un punto
di vista della struttura
economica siamo messi
meglio dei francesi?
«Per certi
versi, l'Italia è più
avanti della Francia. Per
esempio noi suggeriamo la
creazione di un'unica
autorità indipendente
della concorrenza, che in
Italia esiste da tempo. In
parte anche nella
liberalizzazione delle
professioni, almeno per
come era impostata nei
decreti Bersani prima del
massacro parlamentare,
l'Italia è un po' più
avanti. D'altra parte la
Francia ha un insieme di
grandi imprese in settori
chiave che sono leader
sul piano mondiale:
aeronautica, nucleare,
petrolio, gas,
farmaceutica, lavori
pubblici, costruzione,
trattamento delle acque.
In Italia, invece, siamo
deboli e ci siamo
ulteriormente indeboliti
negli ultimi anni per
quanto riguarda le grandi
imprese di livello
mondiale».
Ma, anche con tutta la
buona volontà di Sarkozy,
in questa situazione di
grande turbolenza dei
mercati mondiali, un
rapporto come quello che
avete presentato ha
davvero qualche
possibilità di essere
messo in pratica?
«Pensiamo di sì. Questo
non è un rapporto sullo
stato del capitalismo
finanziario nel mondo.
Certo, l'impatto di
questi fenomeni di
instabilità sull'economia
europea comincia a farsi
sentire. Sarà
probabilmente meno pesante
di quello che vediamo
negli Stati Uniti, dove si
scontano gli enormi
squilibri dei conti con
l'estero e della finanza
pubblica nascosti sotto il
tappeto per tanti anni.
L'Europa, proprio per la
bardatura di regole sulla
moneta e sulla finanza
pubblica, non soffre di
questi squilibri e dunque
è in condizioni migliori.
E comunque, se davvero le
economie andranno verso
un rallentamento, sarà
ancora di più interesse di
ogni singolo Paese
attrezzarsi per essere
competitivo. E quindi
l'urgenza di queste
riforme ne risulterà,
semmai, aumentata».
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Bersani:
"Riformiamo le
professioni"
L'Unità
08.02.2008
Bersani: «Soli al voto
con le nostre radici di
sinistra»
Pubblichiamo
l'intervista di di Ninni
Andriolo al ministro
Bersani
I sondaggi che
premierebbero la Cdl?
«C’è qualcosa che non
torna». Pierluigi
Bersani non crede che
gli elettori possano
riconoscersi «nella foto
sbiadita di gruppo» dei
leader Cdl. E il Pd ha
le carte in regola per
inviare al Paese un
messaggio netto.
«L’andar da soli, in
realtà, è una derivata
della necessità di
parlar chiaro al Paese,
ma in un quadro di
rapporti positivi con
tutto il
centrosinistra». Secondo
il ministro, però,
occorre far convivere
«continuità e
discontinuità». E non
servono gli «strappi con
il prodismo».
Il Pd? Statuto e Carta
dei valori definiscono
il profilo di una forza
«che riafferma radici
popolari, solidali,
progressiste e di
sinistra». Altro che
partito di centro,
quindi.
Ministro, da dove
riparte una campagna
elettorale che, in
realtà, non si è mai
interrotta?
«La prima buona
abitudine di una
campagna elettorale è
ricordarsi che c’è un
avversario...»
Perché, non è chiaro?
«Il nostro avversario è
il centrodestra e questo
deve essere ancora più
chiaro. È la Cdl che
deve pagare il prezzo di
avere imposto al Paese,
per ben due volte, una
legge elettorale assurda
che consente ai partiti,
a prescindere da ogni
loro procedura
democratica, di nominare
senatori e deputati. Una
legge che ha dei buchi,
come ha sancito la Corte
costituzionale. Una
legge che provoca
instabilità».
La destra vorrebbe
riformare quelle norme
dopo le elezioni...
«Cosa significa “dopo”?
Che prima giochi e poi
fai le regole? Ma così
imbrogli».
Lei non crede alla
legislatura costituente,
quindi?
«Siamo sempre stati
disponibili a fare le
regole del gioco in
Parlamento. Sono stati
gli altri a tirarsi
indietro».
E la grande coalizione?
Da destra si sente
suonare anche questa
musica...».
«Capisco chi ne parla,
ma vorrei sapere chi ci
crede. Gli stati di
necessità possono sempre
determinarsi, per
carità. Ma solo un
sognatore può pensare
che Berlusconi possa
mettere in conto di
vincere per poi
governare insieme a
qualche altro. Qui si
vince o si perde, punto.
Dopodiché, per l’amor di
Dio, le regole vanno
cambiate e vanno
cambiate assieme».
E basterà mettere il
dito nella piaga del
“porcellum” per vincere?
«Voglio ricordare che
Berlusconi ha chiuso
rapidamente il libro
della riorganizzazione
del centrodestra. E che
per mesi abbiamo
assistito a discussioni
piuttosto animate che
prospettavano novità...
Allude al popolo delle
libertà?
«Appunto. Quel libro lo
hanno chiuso in
quarantott’ore, perché
tutti hanno pensato solo
ad afferrare il malloppo
elettorale. Con il
risultato che noi
dovremmo farci governare
da una foto di gruppo,
già sbiadita nel 2006,
che ci ripropone una
compagnia che risale al
1994»
Berlusconi, Fini, Bossi
e Casini...
«Ecco, in quella foto è
impossibile intravedere
un piccolo angolo di
futuro per il Paese».
E un Pd ancora in
gestazione quale futuro
potrà indicare?
«Noi ci mettiamo un po’
di rischio e un po’ di
futuro in questa
campagna elettorale. Le
scelte le abbiamo
compiute già quando
decidemmo di fare il
Partito democratico,
riconoscendo che la
riforma del sistema
doveva partire dal lato
della politica. Con uno
sforzo di ricomposizione
e di semplificazione che
rispondesse all’esigenza
di parlare un linguaggio
più chiaro».
Un’operazione che
puntava al Pd timone del
centrosinistra, non già
al Pd che va da solo...
«Non è che siamo
arroganti o abbiamo
voglia di solitudine.
L’andar da soli, in
realtà, è una derivata
della necessità di
parlar chiaro a un Paese
che ha bisogno di essere
risollevato. Di nominare
riforme che abbiano un
nome e un cognome e di
spiegare che le tasse
devono pagarle tutti se
tutti vogliono pagarle
meno, e che le
professioni vanno
riformate, e che in un
ciclo dei rifiuti ci
devono stare anche i
termovalorizzatori. Noi
vogliamo aggregare
attorno a proposte
chiare. Tutto questo,
però, lo puoi fare
assumendoti un rischio.
E nel rischio stesso c’è
un messaggio: l’idea di
una politica che
scommette qualcosa».
Sì, ma un Paese si guida
con i numeri e con le
alleanze...
«Intanto i numeri si
contano alla fine. In
ogni caso, la scelta di
parlar chiaro al Paese
deve avvenire in un
quadro di relazioni
positive con tutte le
forze del
centrosinistra, con le
quali abbiamo e dovremo
avere tantissime
convergenze sul piano
programmatico. A partire
dai luoghi dove già
governiamo assieme. E
ricordandoci sempre,
appunto, che il nostro
avversario è il
centrodestra».
Il problema del Pd è non
dire prima del voto ciò
che si potrebbe dire
dopo? E con chi farete
il governo in caso di
vittoria?
«Il meccanismo
elettorale è fatto in
modo che o sfondi o non
sfondi. Dopodiché non è
detto che un solo
partito debba reggere il
governo. Noi, oggi,
proponiamo un soggetto,
che io credo sia in
espansione, e avanziamo
nella chiarezza le
nostre proposte. Gli
eventuali punti di
compromesso per
un’azione di governo
sono sul tavolo del
Paese, nella legittimità
assoluta. E non
nell’implicito o
nell’uso stiracchiato di
un aggettivo».
E adesso? Perché
Pannella e Bonino “no”
prima ancora che il Pd
metta in campo un
programma?
«Si parte sempre dai
contenuti per verificare
la possibilità di
aggregazione, ma
stavolta non a prezzo di
confusioni o balbettii».
Ministro, il Pd archivia
l’Unione e sembra voler
creare una cesura anche
con Prodi. Letture
errate?
«Prodi non si ricandida,
questa notizia di per sé
segna un ciclo. Quello
in cui, con Prodi alla
testa della coalizione,
abbiamo impedito un
ventennio berlusconiano
battendo Berlusconi già
due volte; abbiamo
salvato la finanza
pubblica, abbiamo
agganciato
definitivamente l’Italia
all’Europa; abbiamo
praticato parole come
Euro, lotta all’evasione
fiscale,
liberalizzazioni, nuova
politica estera, nuova
legislazione sul lavoro,
ecc. Quel ciclo lo
abbiamo affrontato con
il migliore equilibrio
possibile nel campo del
centrosinistra. Vorrei
ricordare che il
bipolarismo si è aperto
nel momento in cui -
nella nostra metà campo
- c’era una grande
frammentazione».
C’è chi rimprovera a
Prodi di aver scelto
l’equilibrismo per
galleggiare...
«Un rimprovero che non
fa i conti con la
realtà. Prodi stesso, in
ogni caso, ha visto che
quel punto di equilibrio
del centrosinistra
andava oltrepassato e ha
contribuito in modo
fondamentale alla
nascita del Partito
democratico. Da qui
devono prendere le mosse
i nuovi passi da
compiere. Bisogna
inserire novità
programmatiche, facendo
riconoscere però quei
grandi nuclei di
politiche riformatrici
che abbiamo praticato».
Ma Prodi è un impaccio o
una risorsa per la
campagna elettorale del
Pd?
«Prodi è il presidente
di questo partito e
tocca a lui fare al
Paese la narrazione di
questi anni. A Veltroni
tocca riprendere da lì.
Sto parlando di
contenuti, del messaggio
da dare agli italiani.
Attenzione, perché nelle
cose nuove che dobbiamo
dire, magari ci stanno
cose che in nuce sono
già state espresse. E
quando affermo che non
bisogna buttar via la
parola sinistra, dico -
ad esempio - che
l’espressione “tutti
devono pagare le tasse
per pagarne meno” non
possiamo gettarcela alle
spalle. Questo vale per
le liberalizzazioni, per
la Tav, ecc. E ciò non
rappresenta uno strappo
dal prodismo. Quello che
serve, in realtà, è un
equilibrio tra
continuità e
discontinuità da
declinare nella chiave
dell’innovazione».
Veltroni propone di
destinare subito
l’extragettito ai
lavoratori dipendenti,
lei è d’accordo?
«Spesso ci chiedono se
ci dispiaccia lasciare
l’incarico di governo.
Quello che ci amareggia,
in realtà, è aver
abbandonato a metà
un’operazione di
straordinaria rilevanza
che avevamo concepito
tra marzo e giugno. Un
forte intervento sulla
fiscalità del salario
dei lavoratori
dipendenti, accompagnato
da misure per il
rilancio della
produttività. Dico, tra
parentesi, che tra
qualche giorno
presenterò il credito
d’imposta sulla ricerca
e mi aspetto che il
sistema industriale
italiano faccia un
grande sforzo di
innovazione utile alla
produttività. Al di là
di questo, comunque, noi
abbiamo raccolto risorse
da finalizzare ad un
intervento a favore dei
salari. E io ritengo
che, se ce ne fossero le
opportunità, queste
decisioni debbano essere
prese. Credo necessario
mettere in sicurezza
decisioni che possono
essere successivamente
disperse».
Ministro, l’accusa da
sinistra è quella di un
Pd che si riposiziona al
centro. È così?
«Si favoleggia su una
sinistra, la “cosa
rossa”; su una destra,
la Cdl; e su un centro
che saremmo noi. Per
quel che ci riguarda noi
stiamo facendo il
partito e il più grande
botto d’inizio campagna
elettorale sa quale
potrebbe essere?».
Quale ministro?
«Che sabato prossimo
l’Assemblea costituente
approvi statuto, carta
dei valori, ecc».
E che partito profilano
quei documenti?
«Un partito che è di
centrosinistra - o come
piace dire a me il
partito di una nuova,
grande sinistra
democratica - e che
riafferma radici
popolari, solidali,
progressiste, di
sinistra, chiarendo che
valori antichi vanno
serviti con politiche
nuove. Credo che questo
profilo debba essere
messo in evidenza. Visto
che ci presentiamo con
il nostro volto e nel
nome della chiarezza, il
“chi siamo” è una cosa
piuttosto importante».
E i suoi timori sul
“partito liquido”?
«Lo Statuto è
convincente e il
meccanismo che propone
risolve il problema.
Quando parlai di
“partito liquido”
partivo dall’Italia.
Questo Paese ha bisogno
di elementi coesivi, non
possiamo continuare a
galleggiare sulla
frantumazione. Dobbiamo
inserire una
controtendenza politica,
culturale e
organizzativa. Lo
Statuto consente anche
di immaginare una vita
dell’organizzazione che
selezioni le piattaforme
culturali e politiche,
cioè i luoghi di
discussione delle nuove
elaborazioni. Faccio un
esempio, sarebbe ben
curioso che avessimo
fatto il Pd e non
riuscissimo a elaborare
una nuova dottrina sul
tema laici e cattolici.
Queste elezioni ci
colgono in corso
d’opera, ma ci
propongono
un’opportunità micidiale
per presentare un
programma per il Paese.
Ma anche per delineare
un volto, una idealità,
una cultura. L’Assemblea
costituente del 16 è un
appuntamento da non
perdere».
Ministro, i sondaggi
favoriscono il
centrodestra. Lei è
fiducioso ugualmente?
«Sì, perché la
situazione è in
movimento. E in quei
sondaggi c’è qualcosa
che non torna. Il nostro
problema è se riusciamo
a smuovere gli umori
disillusi di questo
Paese, che sono molto
ampi. Io un po’
l’orecchio a terra lo
tengo, e non mi risulta
che l’elettorato del
centrodestra sia così
convinto e animato dalla
foto di gruppo dei suoi
leader. La Cdl ha molti
problemi. Si vedranno,
eccome se si vedranno.
Per vincere la sfida, in
ogni caso, dobbiamo
mostrare una grande
solidarietà e una grande
convinzione unitaria,
così come sta avvenendo
in questi giorni.
Abbiamo la possibilità
di avere una leadership
espressiva, dobbiamo
organizzare una grande
coralità e fare in modo
che la narrazione sia
univoca. Ricordandoci
che andar da soli e
avere idee chiare non
sono necessariamente
sinonimi, bisogna
lavorare con coerenza
perché ciò avvenga».
----------------------------------------------------------------
Andrea Bongi su Italia
Oggi del 8/03/08
Internet accende la
concorrenza
La concorrenza sui
servizi
professionali
viaggia sempre più
on-line.
Praticamente è quasi
impossibile trovare
un professionista
che non sia munito
di apposito sito
internet per farsi
conoscere. Qualche
mese fa,
addirittura, uno
studio di dottori
commercialisti ha
annunciato
l'apertura di una
sede su Second Life.
Per non parlare
delle law firm. Che
si presentano al
cittadino con delle
vetrine virtuali
dalle quali è
possibile entrare in
contatto con ogni
singolo avvocato.
Anche quando la
struttura ha più di
200 avvocati.
L'esplosione della
web mania, però, non
è sfuggita ai
vertici delle
categorie. E per il
futuro si annunciano
controlli più
serrati per evitare
che nei siti
internet entrino
pubblicità e offerte
talmente allettanti
da ledere il decoro
della categoria.
Perché, l'avvocato o
il commercialista
che sia, in quanto
iscritto a un albo è
soggetto al codice
deontologico.
Anche se la missione
dell'ordine di
appartenenza non è
priva di ostacoli.
«Impossibile
soltanto pensare di
poter monitorare
tutti i siti
internet degli
iscritti», afferma
Giuseppe Bassu del
Consiglio nazionale
forense, «mentre è
auspicabile che
siano gli stessi
iscritti a farsi
promotori di un
codice di
autodisciplina e
autocontrollo
segnalando ai
consigli locali
eventuali situazioni
di abuso sia da
parte di colleghi
che, soprattutto, di
soggetti esterni».
La professione
forense appare
quella maggiormente
preoccupata della
diffusione di siti
internet che offrono
in rete consulenze
legali non sempre
qualificate. «Sono
molti», puntualizza
Bassu, «coloro che,
spacciandosi come
avvocati o legali,
offrono in internet
consulenze sotto
costo creando disagi
e malessere
all'intera categoria
mettendo a rischio
anche gli stessi
utenti della rete».
Altra problematica
sul tappeto è quella
relativa alla
cessione degli spazi
pubblicitari
all'interno del sito
internet. È evidente
che si tratta di
attività di vero e
proprio commercio
che di per sé
sarebbe vietato ai
soggetti iscritti in
albi. Qui la soglia
di allerta da parte
dei vertici è
massima. È proprio
per mettere dei
punti fermi, che lo
sviluppo della rete
e la sua diffusione
saranno in futuro
oggetto di specifica
disciplina
all'interno dei
codici deontologici
delle singole
professioni. In
questo senso
stanno lavorando i
commercialisti, come
annuncia Claudio
Bodini, delegato
all'informatizzazione
dal Consiglio
nazionale dei
dottori
commercialisti ed
esperti
contabili.Che
aggiunge: «Al di là
delle necessarie
esigenza di
controllo e
monitoraggio
costante della rete,
le categorie
economiche sono
anche interessate
alla creazione di
nuove opportunità e
stimoli per i loro
iscritti. Si pensi
alle opportunità che
si aprono grazie
alla possibilità di
mettere a
disposizione dei
propri clienti,
all'interno di
partizioni protette
del sito dello
studio, documenti
dallo stesso
prelevabili in
qualsiasi momento. O
ancora dalla
possibilità che le
nuove tecnologie
informatiche aprono
in materia di
teleconferenza,
elearning,
archiviazione
elettronica e
quant'altro» «I
singoli iscritti e
il Consiglio
nazionale sono
costantemente
impegnati nel
monitoraggio della
rete internet al
fine di scovare veri
e
propri esercizi
abusivi della
professione
perpetrati
attraverso la
creazione di siti
internet da soggetti
privi dei requisiti
professionali»,
afferma Rosario De
Luca, presidente
della Fondazione
studi del Consiglio
nazionale dei
consulenti del
lavoro. Questo tipo
di attività»,
prosegue ancora De
Luca, «è rivolta non
tanto alla difesa di
interessi
corporativi quanto
piuttosto alla
tutela degli utenti
della rete che
impossibilitati alla
verifica delle
professionalità
esibite all'interno
dei siti internet e
che proprio per
questo, potrebbero
ritrovarsi
danneggiati
dall'operato di
soggetti privi delle
competenze
professionali
necessarie per
svolgere gli
incarichi loro
affidati»
---------------------------------------------------------------
Il Messaggero
Le professioni
come caste. Il
lavoro si
eredita da papà
L’Italia è
ingessata,
statica, ferma.
Le corporazioni
medievali non
sono mai morte,
anzi. I giovani
ereditano il
lavoro dal
padre. Quattro
laureati su
dieci continuano
la professione
del genitore. Il
44% dei padri
architetti,
infatti, ha un
figlio (maschio)
laureato in
architettura; il
42% dei laureati
in
giurisprudenza
ha un figlio con
il medesimo
titolo di
studio; così il
41% dei padri
farmacisti; il
39% dei padri
ingegneri e il
39% dei padri
medici.
Ma anche il 28%
dei padri con
laurea
economico-statistica
ha un figlio
laureato in
questo stesso
gruppo e analoga
concordanza
genitore-figlio
si rileva nel
campo delle
lauree
politico-sociali
(24%). Sintomo
della scarsa
mobilità sociale
che inchioda il
Paese a schemi
del passato. Lo
rivela il X
Rapporto di
AlmaLaurea, il
Consorzio cui
aderiscono una
quarantina di
università. Il
Rapporto
fotografa la
condizione
lavorativa dei
neo-dottori. Si
scopre che
«raddoppiano i
laureati (ma non
sono ancora
sufficienti),
calano le
matricole, si
investe poco
nella formazione
universitaria e
abbiamo la
popolazione
adulta meno
istruita
d’Europa: solo 8
italiani su 100
tra i 55 e i 64
anni sono in
possesso di una
laurea. Siamo
tra ai livelli
più bassi dei
trenta Paesi
Ocse, dopo di
noi solo
Portogallo e
Turchia. Intanto
aumentano i
neolaureati da
posto fisso, ma
resta
consistente il
lavoro precario.
Però il saldo è
favore del
lavoro stabile,
che, anche se di
pochissimo, è in
crescita con un
più 0,6%. In
quanto tempo il
lavoro diventa
stabile? Ad un
anno dalla
laurea il 53%
già lavora, ma
uno su due è
precario, dopo
cinque anni uno
su quattro. Ma
le retribuzioni
sono modeste.
Oscillano tra i
900 e i mille e
200 euro
mensili.
Guadagni più
elevati sono
percepiti, a
cinque anni dal
conseguimento
del titolo, dai
laureati dei
gruppi medico e
ingegneristico
(rispettivamente,
2.013 e 1.648
euro).
All'estremo
opposto, invece,
ci sono i
laureati dei
gruppi
psicologico (999
euro),
insegnamento
(1.052),
letterario
(1.122).
----------------------------------------------------------------
Professione,
questione di
eredità da
Italia Oggi
Figli di
avvocati che
diventano
principi del
foro e figli
di medici
che
diventano
chirurghi
di fama. È
l'Italia
immobile dei
laureati
che,
soprattutto
per quel che
riguarda le
professioni
liberali
(avvocato,
magistrato
ma anche
notaio o
farmacista),
tende a
seguire le
orme
familiari. È
un'Italia
che riesce a
far portare
a casa ai
suoi
neolaureati
poco più di
1.000 euro
al mese ma
che premia
soprattutto,
in termini
economici,
chi lavora
nell'industria.
Insomma una
vera
ereditarietà
del lavoro
svolto,
paghe che si
fanno sempre
più esili e
occupazioni
persistentemente
precarie in
tutti i
settori sono
i dati che
saltano
subito
all'occhio
non appena
si scorre il
X Rapporto
Almalaurea
sulla
condizione
occupazionale
dei laureati
italiani. Le
retribuzioni:
Quest'anno
un laureato
si è trovato
nella
propria
busta paga
poco più di
1.000 euro,
una cifra
rimasta
comunque
quasi
invariata
rispetto
alla
precedente
rilevazione
(1.042
euro). A tre
anni dalla
laurea il
guadagno
raggiunge
quota 1.183
euro,
proseguendo
il lento ma
costante
trend di
crescita
delle
precedenti
rilevazioni
(+3,6% dal
2004). A
cinque anni
invece il
guadagno è
di 1.342
euro (+2%,
era di 1.316
euro). Ma
chi guadagna
di più? Sono
ancora i
medici e gli
ingegneri a
portarsi a
casa, a
cinque anni
dal
conseguimento
del titolo,
il
portafoglio
più gonfio.
I laureati
dei questi
gruppi
guadagnano
infatti
rispettivamente
2.013 e
1.648 euro.
All'estremo
opposto si
trovano i
laureati dei
gruppi
psicologico,
999 euro,
insegnamento,
1.052,
letterario
1.122.
Guadagno per
attività
economica:
Ma anche
coloro che
lavorano
nell'industria
percepiscono
tra le più
alte
retribuzioni
a cinque
anni dalla
laurea, a
partire dal
campo
chimico
1.730 euro,
seguito
dalla sanità
1.664 euro,
dalla
metalmeccanica
e meccanica
di
precisione:
1.580 euro.
Nelle ultime
posizioni
della
graduatoria
ci sono
istruzione e
ricerca,
1.102 euro,
che scalzano
nella
classifica
generale del
guadagno
mensile dei
laureati
solo le
occupazioni
legate ai
servizi
ricreativi,
culturali e
sportivi e
ai servizi
sociali
ultimi in
classifica
con una
retribuzione
che supera
di poco i
1.000 euro.
Occupazione
dei laureati
nelle
scienze: E
se nei corsi
di laurea
scientifici,
i più
colpiti
dalla
cosiddetta
crisi di
vocazioni,
aumentano le
immatricolazioni,
migliora
anche
parallelamente
la
condizione
occupazionale.
Considerando
occupato
anche chi è
in
formazione
retribuita,
definizione,
come si
legge nel
rapporto,
necessaria
per questi
corsi dove
molti
laureati
proseguono
gli studi,
il tasso di
occupazione
per i
neolaureati
è già del
61% per
matematica,
76% per
fisica 86%
per chimica.
Immobilità
sociale: Un
paese malato
di
immobilismo
sociale:
secondo il
rapporto,
solo chi è
figlio di
genitori
laureati, a
un anno dal
conseguimento
del titolo,
risulta
essere più
impegnato
nella
formazione
(36%)
rispetto ai
figli di
genitori con
la licenza
elementare
(15,5%).
Altri
elementi
emergono,
poi, dal
confronto
tra laurea
dei padri e
laurea dei
figli. Dal
rapporto
risulta,
infatti, che
il 44% dei
padri
architetti
ha un figlio
laureato in
architettura,
il 42% dei
padri
laureati in
giurisprudenza
ha un figlio
con il
medesimo
titolo di
studio, il
41% dei
padri
farmacisti
ha un figlio
con lo
stesso tipo
di laurea,
il 39% dei
padri
ingegneri ha
un figlio
ingegnere,
il 39% dei
padri medici
ha un figlio
laureato in
medicina.
Stabilità
lavorativa:
La stabilità
è definita
dal lavoro
autonomo
(-0,9%) e
dai
contratti a
tempo
indeterminato
che, invece,
risultano in
aumento
(+1%). Se la
stabilità è
in ripresa,
a un anno
dalla laurea
la
precarietà
non tende a
diminuire,
anzi
continua
lievemente a
crescere.
Dal 2000 al
2006 il
lavoro
atipico è
cresciuto di
oltre 10
punti
percentuali:
dal 37 al
48%. In
particolare,
sono
aumentati
consistentemente
i contratti
a tempo
determinato
(passati dal
13 al 22%).
L'analisi,
per Andrea
Cammelli,
direttore di
Almalaurea,
deve portare
a proposte
che il
consorzio
interuniversitario
sollecita al
prossimo
governo:
«Aiutare le
piccole e
medie
aziende a
compiere
innovazioni
di processo
e di
prodotto»,
perché la
ripresa
passa
«attraverso
la
valorizzazione
delle
risorse
migliori che
noi
abbiamo».
----------------------------------------------------------------
da il
Messaggero
Le
professioni
come caste.
Il lavoro si
eredita da
papà
L’Italia è
ingessata,
statica,
ferma. Le
corporazioni
medievali
non sono mai
morte, anzi.
I giovani
ereditano il
lavoro dal
padre.
Quattro
laureati su
dieci
continuano
la
professione
del
genitore. Il
44% dei
padri
architetti,
infatti, ha
un figlio
(maschio)
laureato in
architettura;
il 42% dei
laureati in
giurisprudenza
ha un figlio
con il
medesimo
titolo di
studio; così
il 41% dei
padri
farmacisti;
il 39% dei
padri
ingegneri e
il 39% dei
padri
medici.
Ma anche il
28% dei
padri con
laurea
economico-statistica
ha un figlio
laureato in
questo
stesso
gruppo e
analoga
concordanza
genitore-figlio
si rileva
nel campo
delle lauree
politico-sociali
(24%).
Sintomo
della scarsa
mobilità
sociale che
inchioda il
Paese a
schemi del
passato. Lo
rivela il X
Rapporto di
AlmaLaurea,
il Consorzio
cui
aderiscono
una
quarantina
di
università.
Il Rapporto
fotografa la
condizione
lavorativa
dei
neo-dottori.
Si
scopre che
«raddoppiano
i laureati
(ma non sono
ancora
sufficienti),
calano le
matricole,
si investe
poco nella
formazione
universitaria
e abbiamo la
popolazione
adulta meno
istruita
d’Europa:
solo 8
italiani su
100 tra i 55
e i 64 anni
sono in
possesso di
una laurea.
Siamo tra ai
livelli più
bassi dei
trenta Paesi
Ocse, dopo
di noi solo
Portogallo e
Turchia.
Intanto
aumentano i
neolaureati
da posto
fisso, ma
resta
consistente
il lavoro
precario.
Però il
saldo è
favore del
lavoro
stabile,
che, anche
se di
pochissimo,
è in
crescita con
un più 0,6%.
In quanto
tempo il
lavoro
diventa
stabile? Ad
un anno
dalla laurea
il 53% già
lavora, ma
uno su due è
precario,
dopo cinque
anni uno su
quattro. Ma
le
retribuzioni
sono
modeste.
Oscillano
tra i 900 e
i mille e
200 euro
mensili.
Guadagni più
elevati sono
percepiti, a
cinque anni
dal
conseguimento
del titolo,
dai laureati
dei gruppi
medico e
ingegneristico
(rispettivamente,
2.013 e
1.648 euro).
All'estremo
opposto,
invece, ci
sono i
laureati dei
gruppi
psicologico
(999 euro),
insegnamento
(1.052),
letterario
(1.122)
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http://www.europaquotidiano.it
Il Pd li liberi dalle
caste
GIANNI DEL VECCHIO
Cominciamo con lo
sfatare un mito: i
giovani non sono più un
gruppo sociale omogeneo,
non sono più legati da
un insieme comune di
valori di riferimento.
Insomma, non sono più “i
Giovani”.
Perché la scomparsa
delle ideologie ha del
tutto frammentato un
universo che già era di
per sé molto più
complesso. Oggi chiunque
abbia meno di 35 anni è
una monade, un’isola
senza arcipelago.
Insomma, un individuo a
sé stante, irriducibile
a schemi o categorie (e
ciò non è un difetto né
una colpa, se non per
chi non vuole capirlo).
Solo partendo da questo
assunto si può spiegare
la grande difficoltà che
la politica in generale,
e il Pd in particolare,
incontrano quando
vogliono parlare a o di
questo mondo.
Eppure per trovare le
parole giuste basterebbe
immedesimarsi nella
condizione psicologica
di chi si è appena
affacciato alla vita
lavorativa.
A diciott’anni un
giovane diplomato, o un
laureato a ventuno o
ventitre, affronta le
prime esperienze di
lavoro con una grande
carica di entusiasmo e
ottimismo. Ha in testa
la chiara percezione di
essere all’inizio di un
lungo viaggio, con il
suo carico di fascino e
paure, e allo stesso
tempo ha una grossa
fiducia nei propri
mezzi. La sua stella
polare è una sola:
farcela con le proprie
forze, senza appoggiarsi
a nessuno. Attitudine
confermata dal sondaggio
pubblicato dal
Sole24Ore: nove giovani
su dieci esigono una
società fondata sulla
meritocrazia, e che i
sistemi di valutazione
siano più severi. Idee
lontane da quelle della
“generazione bambocciona”
descritta da Padoa-
Schioppa.
Purtroppo quando il
neodiplomato o
neolaureato inizia a
misurarsi con la
struttura “clanica”
della società italiana,
questa forte carica si
affievolisce, spesso
fino a spegnersi. È qui
che la politica
fallisce. Spesso chi va
avanti non è il più
bravo, ma quello che
meglio riesce a
intessere relazioni
personali basati sullo
scambio di favori. Lo sa
bene chi vuole
intraprendere la
carriera universitaria e
gioco forza deve legarsi
al “barone” di turno.
Oppure lasciar perdere.
O chi vuole lavorare
nella pubblica
amministrazione, e ha
bisogno di ingraziarsi
il politico sulla cresta
dell’onda. O il giovane
avvocato o
commercialista, cui
toccherà lavorare “a
gratis” per due o tre
anni per l’affermato
professionista di turno.
Per non parlare di chi
vuol far politica, che
invece di conquistare il
consenso popolare deve
preoccuparsi di quello
dei dirigenti di
partito. Ed è proprio un
messaggio che premia la
cooptazione quello che
traspare dalle
candidature veltroniane
delle varie Marianna
Madia o Pina Picierno.
Fatte salve le capacità
personali delle due
ragazze, il valore
simbolico del gesto di
Veltroni è un autogol,
visto che sia la Madia
che la Picierno sono
strettamente legate
all’establishment, che
oggi le assorbe per
volontà del leader.
Insomma, se c’è uno
“schema” comune per il
“giovane d’oggi”, è
proprio questo: quando
inizia a lavorare si
trova davanti un muro,
quello delle lobby,
delle corporazioni e dei
gruppi d’interesse. Gli
effetti sono
sostanzialmente due.
Prima di tutto si erode
quella fiducia nel
“potercela fare da
soli”, mentre quello
spirito intraprendente
che della giovane età è
segno distintivo si
trasforma presto in una
necessità di sicurezza,
spingendo il giovane
uomo o donna alla
ricerca del mitico
“posto fisso”. Non a
caso i sondaggi spesso
ci mostrano percentuali
elevate di under-35 che
aspirano solo a un
contratto a tempo
indeterminato, e nulla
più.
La stessa rilevazione di
Piepoli sul Sole non
lascia spazio a dubbi:
uno su quattro considera
il miglioramento della
propria condizione
economica il tema che
conterà di più nel
determinare il suo voto.
Il secondo effetto è più
pericoloso: una rivolta
contro la casta, contro
i privilegi di una
politica che da troppo
tempo fa promesse e non
le mantiene. Non
stupisce che secondo
Piepoli il 25 per cento
dei giovani è indeciso o
non andrà a votare. Se
questa disillusione fa
gioco al centrodestra,
per il Pd invece è
letale: quando in giro
si dice che «i politici
sono tutti uguali», a
essere premiato è chi
viene percepito lontano
dal palazzo. E chi
meglio di Berlusconi –
negli ultimi 15 anni –
ha saputo farsi
interprete di questo
sentimento? Gli undici
punti in più che Piepoli
dà al Pdl nel voto
giovanile sono
indicativi.
La vera sfida per il Pd
sarà quindi quella di
fermare questa “viziosa
metamorfosi” del giovane
speranzoso in giovane
disincantato e cinico.
Come? Rompendo, davvero,
con le corporazioni,
dissipando i clan,
aprendo i mercati,
rinnovando le classi
dirigenti. In base al
merito.
Per fare dell’Italia ciò
che l’America si è
sempre vantata di
essere, una “terra delle
opportunità”, non delle
raccomandazioni.
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IL SOLE 24 ORE CON LE
LIBERALIZZAZIONI IL PIL PRO
CAPITE SALE DEL2% (DA ROLD
VITTORIO)
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