A
GIUGNO TRA LE PRIME 15 PRESTIGIOSE FIRME DEL MANIFESTO
PER LE LIBERALIZZAZIONI DEL PRESIDENTE DELLA COMM.
ATTIVITA' PRODUTTIVE DELLA CAMERA OLTRE A QUELLE DI
GIAVAZZI,CHICCO TESTA ED ALBERTO MINGARDI ANCHE QUELLA
DI GAETANO ROMANO;
A
LUGLIO GRANDE VITTORIA DEI GIOVANI AVVOCATI ITALIANI
CON LA CONVERSIONE DEL DL BERSANI;
IL
MINISTRO BERSANI FA RIFERIMENTO ALLE NOSTRE RICHIESTE
NEL SUO INTERVENTO AL SENATO
Sabato 17.06.2006 a pg 2 del Sole 24 Ore è stato
pubblicato il Manifesto degli Outsiders la cui
iniziativa è da ascriversi al Presidente della
Commissione Parlamentare Attività Produttive della
Camera dei Deputati, On. Daniele Capezzone.
Tra gli altri firmatari anche Francesco Giavazzi
(illustre Professore e primo editorialista economico
del Corriere della Sera), Oscar Giannino
(Vicedirettore di Finanza e Mercati), Chicco Testa
(ex Presidente Enel) e tante altre prestigiosissime
firme.
Anche il nostro Presidente Nazionale Avv. Gaetano
Romano ha firmato l'Appello con convinzione;l' "A.N.P.A.-Giovani
Legali Italiani" intende supportare ogni altra
iniziativa che promuova la liberalizzazione del
mercato professionale a favore dei Giovani.
Gli articoli del Sole possono essere trovati a questi
links
"L’ITALIA CE LA PUO’ FARE"
appello promosso da Daniele Capezzone
(Presidente della Commissione Attività produttive
della Camera)
questi i nomi di alcuni tra i primi firmatari:
- Alberto Alesina, Economia, Harvard University
- Giuliano Da Empoli, Direttore di "Zero"
- Gian Maria Fara, Presidente dell’Eurispes
- Natale Forlani, Amministratore Delegato di "Italia
Lavoro"
- Oscar Giannino, Vicedirettore di "Finanza e
Mercati"
- Francesco Giavazzi, Economia, Università Bocconi
di Milano
- Massimo Lo Cicero, Economia dello sviluppo,
Università di Roma La Sapienza
- Pio Marconi, Sociologia del diritto, Università di
Roma La Sapienza
- Alberto Mingardi, Direttore generale Istituto
Bruno Leoni
- Fiorella Kostoris Padoa Schioppa, Economia,
Università di Roma La Sapienza
- Fabio Pammolli, Direttore di "Istituzioni Mercati
Tecnologie"
- Gaetano Romano, Presidente Associazione Nazionale
Praticanti ed Avvocati
- Florindo Rubbettino, Editore
- Luca Solari, Direttore del Centro di ricerca
interdipartimentale Work, Training & Welfare,
Università degli Studi di Milano
- Carlo Stagnaro, Direttore dipartimento "Ecologia
di mercato" Istituto Bruno Leoni
- Secondo Tarditi, Economia, Università di Siena
- Chicco Testa, già Presidente dell’Enel
riforme strutturali, concorrenza e liberalizzazioni, 7
giorni per aprire un’impresa, il nodo dei salari più
bassi d’Europa del Pres. On. Daniele Capezzone
L’Italia ce la può fare. E’ ancora possibile invertire
la rotta sia rispetto ai segni concreti di declino,
sia rispetto alla retorica del "declino inevitabile".
La crisi italiana è vera e profonda, ma troppo spesso
è descritta come ineluttabile ed irreversibile. Non è
così.
Certo, occorre voltare pagina. Un sistema dei partiti
vecchio, eppure ancora troppo potente e costoso,
inchioda il paese e la politica italiana a risse di
fazioni, a scontri di tifoserie: e da oltre un
decennio, a maggioranze troppo timide rispetto alle
grandi urgenze di cambiamento, si contrappongono
opposizioni dedite a tentare di scalzare e demonizzare
i Governi, ma incapaci di sfidarli sul terreno di
solide controproposte di riforma. Così, si
moltiplicano le occasioni e i fenomeni di sterile
conflittualità, che fanno il gioco delle componenti
più illiberali e conservatrici dei due schieramenti,
così come delle mille lobby impegnate a proteggere i
propri privilegi, mentre si impediscono quei confronti
che nutrono le democrazie, rendono più saldo il
tessuto civile e aiutano il prevalere, dentro e fuori
i Poli maggiori, delle forze liberali e riformatrici.
Per questo, occorre una terapia d’urto, e bisogna
ripartire da un’attenzione nuova alla questione
sociale del nostro tempo. Servono non maggiori
protezioni ma una più concreta offerta di chances al
popolo dei "non garantiti": occorre un vero e proprio
"statuto degli outsider", di quanti (consumatori,
giovani, imprenditori del rischio e dell’innovazione,
donne, lavoratori del privato, disoccupati,
sottoccupati, pensionati sociali e al minimo,
immigrati) sono e restano fuori dal fortino delle
garanzie e dei privilegi. Questa Italia degli
"outsider", dei "non garantiti", di fatto priva di
tutele, è oggi senza volto e senza voce, silenziata
prima ancora che silenziosa........[...........]
Il Manifesto degli Outsiders è possibile leggerlo per
intero e firmarlo al link :
Dall'agenzia di stampa nazionale apcom:
LIBERALIZZAZIONI/ GIOVANI AVVOCATI: BENE ABOLIRE
TARIFFE
"Non è vero che tutta la classe forense contesta dl"
01-07-2006 16:19
Roma, 1 lug. (Apcom) - "Comprendiamo le proteste della
parte dell'avvocatura più 'navigata', ma noi giovani
avvocati siamo assolutamente favorevoli all'abolizione
delle tariffe forensi e alla pubblicità. Questi due
divieti servivano solo a mummificare il mercato
professionale a danno di noi giovani professionisti".
E' Gaetano Romano, presidente dell'Anpa, a dar voce
alla posizione dei giovani legali su alcune delle
norme del 'pacchetto' Bersani approvato ieri dal
Consiglio dei ministri.
"E' naturale - osserva ancora il leader dei giovani
avvocati - che, a parità di tariffa, i clienti erano
portati a scegliere gli avvocati cassazionisti, ovvero
i colleghi con almeno 12 anni professionali, e non noi
giovani. Allo stesso modo la clientela era
impossibilitata a conoscere le offerte professionali
delle nuove leve, essendo vietata la pubblicità".
"Era prevedibile - afferma ancora Romano - che questi
provvedimenti, anche a favore della concorrenza
interna alla nostra professione, producessero lo
scontro generazionale in atto tra giovani avvocati e
avvocatura cassazionista. Saremo vigili affinchè il
governo, che sta ben operando, non si pieghi alla
volontà dell'avvocatura cassazionista".
Parte del resoconto
parlamentare in cui le nostre richieste sono citate al
Senato della Repubblica Italiana dal Ministro Bersani
Legislatura 15º - Aula - Resoconto stenografico della
seduta n. 024 del 25/07/2006
SENATO DELLA REPUBBLICA
------ XV LEGISLATURA ------
24a SEDUTA PUBBLICA
RESOCONTO
SOMMARIO E STENOGRAFICO
MARTEDÌ 25 LUGLIO 2006
(Antimeridiana)
_________________
Ministro Bersani:
...........[...............].............Dobbiamo
pensare al futuro. Come facciamo a pensare al futuro
se non ci poniamo nell'ottica di queste generazioni?
Li avete sentiti i giovani
avvocati cosa dicono? Li avete
sentiti i liberi farmacisti cosa dicono? Sono
giovani mediamente ..........[...............]............
COMUNICATO STAMPA
“AL CORTEO CONTRO IL DL BERSANI SOLO 500 LIBERI
PROFESSIONISTI “NOSTALGICI DEL GATTOPARDISMO”
“ I circa 500 liberi professionisti che danno corpo al
corteo odierno a Roma contro il DL Bersani, appaiono
agli occhi di noi Giovani come i “nostalgici del
gattopardismo”.Una determinata sfera generazionale
delle libere professioni è forse convinta che si possa
ancora cambiare per non cambiare alcunchè. Dati i
numeri assolutamente risibili dei professionisti
(appena 500) che manifestano contro il DL Bersani è
evidente come essi rappresentino solo una minoranza
rumorosa a fronte di una maggioranza silenziosa di
circa 2 milioni di liberi professionisti che non è
scesa in piazza.
L’ “A.N.P.A.-Giovani Legali Italiani”, a differenza
degli Avvocati Cassazionisti, ha invece scelto la via
del dialogo ed ha già condiviso la pregevole idea del
Ministro Bersani circa uno sportello per ascoltare le
richieste dei giovani professionisti.Riteniamo infatti
che sia stata apprezzata la moderazione e la
predilezione per il confronto con cui i Giovani
Avvocati hanno trattato il tema delle
liberalizzazioni.
Attraverso anche i nostri pubblici interventi da
“Radio 24” a “Cominciamo Bene- Estate” su Raitre, l’ “A.N.P.A.-Giovani
Legali Italiani” ha sempre preferito il confronto
civile rispetto alle manifestazioni di piazza inutili
quanto inconsistenti numericamente.
Dall'agenzia di stampa apcom dello 01.08.2006
MANOVRA BIS/ GIOVANI AVVOCATI: SPERIAMO RAPIDO OK A DL
BERSANI
"Non si può bloccare modernizzazione libere
professioni"
01-08-2006 13:32
Roma, 1 ago. (Apcom) - I giovani avvocati si augurano
"una rapida conversione in legge" del decreto Bersani.
"L'ultimo corteo voluto dai contrari alle misure
modernizzatrici delle libere professioni - afferma il
leader dell'Associazione dei giovani legali (Anpa),
Gaetano Romano - si è tramutato in un autentico flop
dato che i professionisti che vi hanno partecipato,
soprattutto cassazionisti, non erano nemmeno in 500.
Ciò dimostra che i contrari al dl Bersani sono solo
un'assai marginale minoranza rumorosa a fronte di una
maggioranza silenziosa di circa 2 milioni di liberi
professionisti che non è scesa in piazza".
"L'Anpa - rivendica Romano - ha legittimamente
rappresentato il favore dei giovani per un
provvedimento che garantirà loro maggiori possibilità
professionali".
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COMUNICATO STAMPA
“L’ “A.N.P.A.-GIOVANI LEGALI ITALIANI” SOLIDALE CON IL
PROFESSOR GIAVAZZI;LA MAGGIORANZA DEI LIBERI
PROFESSIONISTI E’ CON LUI”
“Siamo assolutamente solidali con il Professore
Giavazzi e conoscendo la Sua competenza, ma anche il
suo coraggio siamo sicuri continuerà ad indicare
convintamente la strada delle liberalizzazioni che
modernizzeranno l’Italia.Non si lascerà certo
intimidire da episodi deprecabili la cui iniziativa
sembra debba ascriversi solo ad alcuni isolati
tassisti milanesi.
La giustezza delle idee liberalizzatrici perorate dal
Professore Giavazzi, concernenti anche il mondo
professionale, trovano la propria conferma
nell’autentico flop numerico del corteo di oggi a Roma
contro il DL Bersani dove hanno sfilato solo 500
liberi professionisti a fronte di circa 2 milioni di
iscritti a tutti gli albi professionali.
Ciò dimostra che anche la stragande maggioranza dei
liberi professionisti, non solo i consumatori, è dalla
parte del professor Giavazzi e del DL Bersani“
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COMUNICATO STAMPA
“OTTIMA L’IDEA DEL MINISTRO BERSANI CIRCA UNO
SPORTELLO PER I GIOVANI PROFESSIONISTI; SI AL CIVILE
CONFRONTO ,NO ALL’ENNESIMA PROTESTA DI PIAZZA DI
DOMANI DELL’AVVOCATURA CASSAZIONISTA ”
“Accogliamo assai favorevolmente l’idea di uno
sportello per ascoltare le richieste dei giovani
professionisti, che è stato annunciato ieri dal
Ministro Pierluigi Bersani in un dibattito alla Festa
dell'Unità di Roma, e che dovrebbe essere aperto a
breve al Ministero dello Sviluppo economico.
Riteniamo che sia stata apprezzata la moderazione e la
predilezione per il confronto con cui i Giovani
Avvocati hanno trattato il tema delle
liberalizzazioni.
Attraverso anche i nostri interventi da “Radio 24” a
“Cominciamo Bene- Estate” su Raitre, l’ “A.N.P.A.-Giovani
Legali Italiani” ha sempre preferito il confronto
civile rispetto alle manifestazioni di piazza inutili
quanto inconsistenti numericamente.
Anche per questo motivo non saremo ancora una volta
presenti all’ennesima assemblea e successivo corteo
voluto dall’Avvocatura Cassazionista domani a Roma.
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COMUNICATO STAMPA
“SE LA COMMISSIONE DI GARANZIA CONDANNERA’ L’O.U.A.,
CHIEDEREMO CHE I NOSTRI VERSAMENTI ANNUALI AGLI ORDINI
LOCALI NON VENGANO UTILIZZATI PER PAGARE LA MULTA”
“Apprendiamo che ,come da previsione, la Commissione
di garanzia sugli scioperi ha deciso l'apertura del
procedimento di valutazione del comportamento
dell'Organismo unitario dell'avvocatura che -
deliberando la prosecuzione dell'astensione dalle
udienze e dall'attivita' giudiziaria per le giornate
del 24, 25 e 28 luglio - avrebbe nuovamente violato le
regole in tema di preavviso e di durata massima
dell'astensione.
Abbiamo in passato sempre rappresentanto il nostro
forte dissenso rispetto al fatto che l’Organismo
Unitario dell’Avvocatura fosse finanziato dai
contributi dei Consigli dell’ Ordine locali, quindi
anche con i versamenti annuali di noi Giovani
Avvocati.
Rispettiamo la scelta politica autonomamente operata
in tema di sciopero da un Organismo che non ci
rappresenta, ma nel contempo intendiamo precisare che
,qualora l’O.U.A. venisse condannata dalla
Commissione, ci opporremo a che anche i contributi di
noi Giovani Avvocati, versati annualmente ai nostri
Consigli dell’Ordine locali, vengano utilizzati per
pagare una multa dovuta ad uno sciopero ed una
battaglia al DL Bersani che non abbiamo mai condiviso
e di cui pertanto non ci riteniamo responsabili
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COMUNICATO STAMPA
“ I GIOVANI AVVOCATI PLAUDONO ALLA FERMEZZA DEL
MINISTRO BERSANI ED AUSPICANO CHE NON VI SIANO
SGRADITE SORPRESE SINO ALLA CONVERSIONE DEL DL”
“Ringraziamo pubblicamente il Ministro Bersani per la
fermezza che sta dimostrando specie in ordine alle
misure a favore dei Giovani Avvocati presenti nel
Decreto Legge che reca il suo nome.
Abbiamo gradito particolarmente , durante l’intervento
al Senato, l’espresso riferimento che il Ministro
Bersani ha fatto non solo alle richieste dei giovani
liberi farmacisti ma anche a quelle di noi Giovani
Avvocati che vediamo trasfuse nel Decreto Legge.
Prima delle elezioni politiche come “A.N.P.A.-Giovani
Legali Italiani “ avevamo sottoscritto –
congiuntamente all’ “Associazione Giovani Medici
Italiani”, al “Movimento Nazionale Liberi Farmacisti”
ed al “Comitato di Difesa degli interessi degli
Architetti - un “Appello al governo che verrà” e
siamo lieti che molte di queste richieste delle varie
associazioni dei giovani professionisti italiani siano
state recepite nel DL Bersani.
Adesso auspichiamo una conversione del DL Bersani
senza sorprese”
"A.N.P.A.-Giovani Legali Italiani" su
Virgilio-Alice-Economia-Salvadanaio
Chi ha paura del decreto Bersani?
I giovani avvocati dell'Anpa a favore della riforma
E’stato scritto che a Milano gli avvocati hanno
aderito allo sciopero alla unanimità, e che i corridoi
del Tribunale sono vuoti da giorni.
Non è vero. E non è vero che l’avvocatura fa fronte
comune per opporsi alla liberalizzazione del mercato
introdotta dal decreto Bersani.
Vero è, invece, che l’avvocatura è spaccata in due, e
la rottura è generazionale.
Da una parte ci sono i praticanti e i giovani
avvocati, numerosissimi, ma spesso troppo affogati
nella quotidiana lotta per la sopravvivenza per fare
sentire la propria voce.
Dall’altra ci sono i vecchi professionisti, i quali,
spesso, a differenza dei giovani, hanno forse il
potere ed i mezzi economici ed per farsi sentire.
Detto questo, risulta evidente che ad avere paura del
decreto Bersani non sono certo i giovani legali, il
cui accesso al mercato professionale risulta favorito
dalle opportunità introdotte dalla riforma.
Ed infatti l’”A.N.P.A.(Associazione Nazionale
Praticanti ed Avvocati)-Giovani Legali Italiani” ,
l’unico sodalizio associativo forense presieduto a
livello nazionale da un Giovane Avvocato (non
cassazionista), si è schierata con decisione a favore
delle modifiche introdotte dal decreto, ed è
fortemente contraria allo sciopero promosso da una
parte della avvocatura (sciopero che, peraltro, per la
sua durata, e per la mancanza di congruo preavviso,
presenterebbe profili di illegittimità che sono al
vaglio della Commissione di garanzia sugli scioperi
nei servizi pubblici essenziali).
L’”Anpa-Giovani Legali Italiani” - come espresso in
una recentissima puntata della trasmissione
radiofonica “VivaVoce” di RADIO24, la nota radio del
Sole 24 ore, in cui oltre al nostro Presidente
Nazionale era presente il Segretario Nazionale dell’U.C.P.I.
Avv. Spigarelli e il Sottosegretario alla Giustizia Li
Gotti, condivide il decreto Bersani sia per i
contenuti che per l’iter legislativo adottato, che ha
evidenziato l’estrema urgenza di un intervento dello
Stato volto a ridefinire e regolamentare il mercato
professionale, rendendolo accessibile anche ai
giovani, che oggi sono relegati ai margini.
Gli avvocati, specie Cassazionisti, che si schierano
contro il decreto Bersani sostengono, genericamente,
che la riforma presenta profili di incostituzionalità,
contraddittorietà e inopportunità, ed in ogni caso che
sarebbe lesiva degli interessi del consumatore, perché
la rimozione dei minimi tariffari consentirebbe
l’ingresso nel mercato di professionisti poco seri e
poco preparati.
Al contrario, la riforma, non solo non viola, sia
quanto ai contenuti che all’iter legislativo, la
nostra Costituzione, ma è perfettamente in linea con
l’Europa, che la guarda con favore, e apporta notevoli
vantaggi proprio ai consumatori.
Con l’abolizione dei minimi tariffari e l’introduzione
del patto di quota lite, il consumatore/cliente ha la
possibilità di accordarsi direttamente con il proprio
avvocato sul contenuto della prestazione fornita e sul
costo della stessa, anche, ad esempio, mediante la
sottoscrizione di convenzioni sottratte al sindacato
di terzi.
Inoltre avvocato e cliente possono, nell’esercizio
della propria libertà e discrezionalità, e valutate le
rispettive esigenze, accordarsi perché la prestazione
professionale sia retribuita in proporzione del
risultato raggiunto, come accade ad esempio negli
Stati Uniti.
L’abolizione del divieto di pubblicità permette a
ciascun avvocato, a parità di condizioni, di divulgare
informazioni in ordine al contenuto e ai costi delle
prestazioni offerte, o di pubblicizzare soluzioni
modellate sulle specifiche esigenze di una determinata
categoria di clienti, e consente al consumatore, in un
regime di estrema trasparenza, di scegliere
liberamente la prestazione più vicina, per contenuti e
costi, alle proprie esigenze ed al proprio
portafoglio.
Infine, la creazione di unioni di professionisti
appartenenti a diverse aree professionali, ivi
compresa quella legale, muniti di competenze
diversificate e liberi di organizzarsi in un’unica
struttura, consente di offrire al cliente/consumatore
un servizio più completo, più garantito, più rapido e
meno costoso, e quindi più competitivo.
Dubbi di costituzionalità e problematiche relative
alla tutela del consumatore possono, se mai, essere
sollevati con riferimento allo sciopero degli avvocati
attualmente in corso, vista la sua anomala lunghezza
(dodici giorni), il delicato periodo temporale in cui
va ad incidere (considerato che dal 31 luglio al 15
settembre l’attività processuale –salvo eccezioni-
resta sospesa per legge, e che, pertanto, le udienze
non trattate a causa dello sciopero saranno differite,
nelle migliori delle ipotesi, alla fine dell’anno in
corso, quando non addirittura al 2007) e la mancanza
di congruo preavviso.
Lo sciopero infatti, e qui la contraddizione è
evidente, va a creare un danno diretto proprio ai
singoli consumatori, ossia a quei soggetti i cui
interessi, i promulgatori della astensione, sostengono
di volere tutelare, i quali vedono allontanarsi, come
una chimera, la conclusione dei giudizi in cui sono
coinvolti
E’ ipocrita - e crea un danno alle categorie
(consumatori e giovani avvocati) che, in quanto forze
motrici di sviluppo, dovrebbero più che mai essere
salvaguardate - chiudere gli occhi davanti all’odierna
paralisi del mercato professionale, e non riconoscere
che per i più vi sono privilegi di categoria e
ostruzionismi lobbistici, che sembrano resistere anche
grazie ad una disciplina normativa anacronistica e
miope di fronte ai mutamenti della realtà.
In conclusione, mi chiedo e chiedo agli avvocati che
hanno promosso ed aderito allo sciopero, se quella che
aulicamente definiscono incostituzionalità del
decreto, non sia, molto più prosaicamente, mera paura
della riforma.
Con Osservanza
Avv. Manuela Mongili
Presidente «A.N.P.A.-Giovani Legali Italiani» Milano
"Ammesso e non concesso che, come ha dichiarato il
ministro Damiano, il decreto Bersani parli ai
giovani, è bene ricordare che in
Italia non ci sono solo i giovani avvocati, quelli che
dovrebbero - a sentire il Governo -
trarre vantaggio dalla ristrutturazione delle tariffe
professionali. Perché non anche i giovani
medici, ad esempio, che restano esclusi dalle
convenzioni col sistema sanitario ora praticamente in
regime di numero chiuso gestito dalle lobby sindacali?
Bersani e Damiano possono ribadire all’infinito che le
loro sono prime risposte e che altre misure verranno."
Lo ha affermato Francesco Pasquali, Segretario
Generale del coordinamento nazionale dei giovani di
Forza Italia, che ha osservato:
"Salvo poi non saper spiegare perché questo Governo
intende mutilare la legge Biagi e la riforma delle
pensioni. Ai giovani, infatti, interessa poter
continuare ad entrare nel mercato del lavoro, reso più
inclusivo proprio dalla legge Biagi, e poter contare
su di un sistema pensionistico sostenibile ed equo,
attento anche a migliorare mediante il risanamento
l’adeguatezza dei trattamenti. Inoltre i toni pacati
della Cgil, inconsueti per un sindacato come quello
guidato da Epifani, fortemente ideologizzato, ostile
ai cambiamenti e da sempre distante dalle reali
esigenze dei giovani, sollevano il legittimo sospetto
che c’è poco da stare tranquilli."
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11/7/2006
Dirigenti Campania
l’angolo delle opportunita’
Professioni: liberalizzazione e sviluppo
L’attuale governo deve affrontare in tempi rapidi il
problema della liberalizzazione delle professioni se
vuole effettivamente dare una scossa al sistema
economico del Paese senza ripercussioni sulla finanza
pubblica. Tutto ciò deve essere fatto in tempi rapidi
perché appena subito dopo le elezioni un governo ha il
massimo della coesione della sua vita e perché ciò è
quello che richiede il sistema economico del nostro
Paese: non possiamo fondare la nostra competitività
sul basso costo del lavoro, con i conseguenti bassi
salari, e la precarietà dell’impiego delle risorse
umane con la conseguente precarietà della vita degli
individui.
Nell’articolo precedente abbiamo iniziato ad
immaginare un percorso che portasse alla
liberalizzazione delle professioni, ricordando il
quadro attuale del sistema delle professioni, che
brevemente riepiloghiamo.
Per poter accedere a una qualunque professione
occorre, dopo aver conseguito una laurea che abbia
valore legale, fare un periodo di tirocinio, variabile
dai sei mesi a due anni, per poi sostenere, e
superare, un esame di stato che consente l’iscrizione
all’Ordine Professionale.
Questo vale per avvocati, commercialisti, ingegneri,
architetti, notai, medici e altri. Una volta ottenuta
l’iscrizione all’Albo si può svolgere la professione
con alcune limitazioni significative: non si può
creare una società di professionisti, sia che abbiano
tutti la stessa specializzazione o che abbiano
specializzazioni diverse; non si possono applicare
tariffe inferiori a quelle minime stabilite dagli
Ordini Professionali; non si può fare pubblicità delle
proprie capacità professionali e, quindi, non si può
fare concorrenza esplicita agli altri professionisti e
si deve fare “concorrenza”, per quanto consentito, ai
professionisti iscritti all’Albo da anni, che
dovrebbero avere una maggiore esperienza ma che hanno
sicuramente un miglior sistema di relazioni
professionali e non.
Alcune di queste limitazioni ed il percorso per
l’accesso alle professioni sono state create per
fornire una sorta di assicurazione di qualità sulla
professionalità del professionista. E, nonostante
questo, pur tuttavia non sono pochi i casi in cui
questa professionalità è notevolmente carente con
danni per il tapino che al professionista si è
rivolto. Il sistema degli esami di Stato e
dell’iscrizione all’Ordine professionale non è quindi
garanzia sufficiente di professionalità. L’iscritto
all’Albo si trova di fronte, particolarmente in alcune
professioni, ad una pletora di “concorrenti” e quindi
ad una penuria ed una estrema differenziazione delle
occasioni di lavoro. Tutto ciò va a scapito della
specializzazione e della professionalità.
Questo sistema trova le sue origini nella mancanza di
blocchi di ingresso nelle facoltà universitarie e
nella scadente qualità della preparazione
universitaria. Il professore universitario medio non
ritiene che i suoi allievi siano i suoi clienti
(quelli che, per intenderci, gli pagano lo stipendio)
ai quali deve fornire ad ogni costo la preparazione
necessaria per l’apprendimento della materia
insegnata. A volte al momento degli esami si vede
l’esaminatore completamente estraniarsi dal candidato
senza curarsi del fatto che quello è il momento
migliore perché si accorga delle sue carenze di
comprensione e per instradarlo ad uno studio più
proficuo.
In alcune facoltà, non è raro il caso di tesi
universitarie, per la cui stesura vengono impiegati a
volte anni, che rimangono improvvisamente senza il
relatore, che ha fatto perdere letteralmente le sue
tracce.
Siamo tutti testimoni dell’inamovibilità di un
professore universitario anche se questi si dedica
poco o nulla all’insegnamento per non parlare della
ricerca.
Sono personalmente testimone di un mio caro amico,
valente professore universitario, che pure dedica
moltissime energie all’università, che, anni fa, si
definiva un consulente (per terzi) pagato dallo Stato.
Per spingere verso la specializzazione occorrerebbe,
oltre che il “numero chiuso” per diverse facoltà, che
gli Ordini professionali, invece di istituire più albi
al loro interno, venissero per così dire “clonati” in
più Ordini professionali, con ciascuno che gestisce un
solo Albo, e che non fosse consentita l’iscrizione a
più Ordini. In questo modo si otterrebbe la garanzia
di affidabilità degli Ordini evitando la
proliferazione di Enti di accreditamento con incerta
affidabilità e composizione.
Nell’aprile di quest’anno cinque associazioni
di giovani avvocati, architetti, ingegneri, medici e
farmacisti hanno rivolto un “Appello al Governo che
verrà” chiedendo una reale iniezione di concorrenza
nel Mercato professionale. Nell’appello chiedono
l’abolizione delle tariffe minime, l’eliminazione
delle barriere all’accesso e la possibilità di creare
società interdisciplinari. Secondo i giovani gli
Ordini devono tornare a garantire la preparazione
degli iscritti, tramite anche l’aggiornamento
professionale, e a “monitorare” il rispetto della
deontologia. I giovani contestano l’esame di Stato
perché, a decidere sui futuri competitori del Mercato,
sono altri concorrenti che già esercitano sul Mercato.
La richiesta, che traspare soprattutto dai giovani
professionisti sanitari, rivendica maggiore
meritocrazia nella selezione dei giovani e soprattutto
nei bandi di concorso dove ancora prevalgono forme di
nepotismo (vedi anche cattedre universitarie
“ereditarie” o a scambio). In particolare poi i
giovani farmacisti chiedono che sia tolto il vincolo,
stabilito con una legge del 1934, che regola il numero
delle farmacie in Italia. Rafforzando gli Ordini nel
compito di verificare e assicurare la qualità della
formazione professionale di quanti vogliono iscriversi
e degli iscritti, e mantenendo nel tempo questo
obiettivo, si potrebbe arrivare,
trasformando anche l’università, all’abolizione del
valore legale del titolo di studio. In questo modo si
otterrebbe il vantaggio che l’università da fabbrica
di pezzi di carta con valore legale sarebbe costretta
a trasformarsi in fabbrica di studenti preparati.
L’eliminazione del valore legale del titolo di studio
darebbe però luogo a qualcosa di simile all’abolizione
degli Ordini professionali: darebbe a chiunque la
possibilità di aprire una facoltà universitaria e
distribuire lauree come se fossero noccioline.
Già ora che c’è il valore legale abbiamo assistito in
pochi anni al proliferare di università e
all’istituzione di corsi di laurea con un improbabile
sbocco lavorativo. Corsi di laurea fatti per il
docente e non per gli studenti. Mi dispiace rimarcarlo
ma valga per tutti l’esempio del corso di laurea in
Conservazione dei beni culturali: le capacità di
assorbimento del sistema culturale si sono rivelate
notevolmente esigue per questi laureati.
Per dare efficacia ed efficienza all’università la
soluzione potrebbe essere quella di rendere temporanei
gli incarichi dei professori e inserire tra i
parametri per la conferma la valutazione ponderata da
parte degli studenti che hanno superato l’esame finale
del corso. La retribuzione dovrebbe decrescere in
presenza di una valutazione negativa da parte degli
studenti fino alla retrocessione del professore e alla
interruzione del rapporto.
Così il professore universitario, relatore di una
tesi, non potrebbe sparire improvvisamente, il mio
amico non potrebbe fare più il consulente pagato dallo
Stato e il professore universitario medio si
preoccuperebbe che i suoi allievi raggiungano un buon
livello di preparazione e dedicherebbe loro
quell’attenzione che oggi latita. Rimane il problema
dei corsi universitari costruiti per sistemare i
docenti e non per dare concrete prospettive di lavoro
agli allievi. Comunque staremo a vedere cosa succederà
con l’”Agenzia di valutazione” delle università che
sta pian piano cominciando a prendere sostanza.
La liberalizzazione delle professioni è un tema
delicato e complesso, legato a una ristrutturazione
del funzionamento delle università, verso il quale
occorre procedere con gradualità non buttando il
bambino con l’acqua sporca. Ma su questa strada non ci
si può fermare, anzi occorrono coraggio ed un passo
spedito e sicuro: ne va della competitività del
sistema Paese e, in definitiva, del benessere di
tutti.
Il Governo questo coraggio lo ha avuto, adesso sapremo
chi sono i veri conservatori.
ndr: l’articolo è stato scritto prima del Decreto
Bersani.
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12-07-2006
La Repubblica
A quale prezzo per i cittadini
MIRIAM MAFAI
28-07-2006
Da oggi comincia uno sciopero a oltranza delle
farmacie. E dunque se nei prossimi giorni avrò bisogno
di un antibiotico o di qualsiasi altra medicina, dovrò
cercare una farmacia di turno o comunale. Sarà una
fatica in più. Trovo a dir poco sorprendente che i
farmacisti, da tempo autorizzati a vendere una serie
di prodotti vari (dalle creme solari ai sandali ai
giochi ed abiti per bambini) abbiano reagito con tanta
imprevedibile determinazione al decreto Bersani sulle
liberalizzazioni. Decreto che prevede la possibilità
di comperare i cosiddetti "farmaci da banco" anche nei
supermercati, sempre con la presenza e l´assistenza di
un farmacista laureato. Una determinazione che la
Federfarma ha confermato ieri respingendo
l´ammonimento del Comitato per la garanzia del diritto
di sciopero che la invitava a sospendere una
agitazione che può provocare danno alla salute dei
cittadini. Non solo quell´invito è stato respinto, ma
la stessa Federfarma ha persino minacciato
l´espulsione di quelle associazioni e farmacie che
rifiuteranno oggi di chiudere i battenti: ci sono
infatti associazioni provinciali e singoli farmacisti
più ragionevoli e responsabili di coloro che ne
dirigono l´associazione, e non sono pochi. Ci
aspettano giornate pesanti. Il cosiddetto decreto
Bersani, approvato martedì al Senato, ha provocato
proteste e scioperi di varie categorie. La scorsa
settimana è stata la volta dei tassisti, che in segno
di protesta contro un possibile aumento delle licenze,
hanno sospeso il servizio e bloccato il traffico
cittadino a Roma, a Milano, a Torino e in altre città
italiane. Da giorni gli avvocati scioperano a
oltranza, contro la misura che prevede l´abolizione
del minimo tariffario fissato dall´Ordine. Sono in
agitazione (non ancora in sciopero) i panificatori
contro il possibile aumento delle licenze di
panificazione. I notai, cui quel decreto sottrae il
potere di certificare il passaggio di proprietà di un
auto, per adesso, prudentemente, non hanno annunciato
né agitazioni né scioperi. E oggi è la volta dei
farmacisti. Cosa ancora? Ci aspettano giornate
pesanti. Dopo il blocco del traffico, affronteremo lo
sciopero delle farmacie. Eppure io sto con il decreto
Bersani, con un provvedimento, che promuovendo alcune
liberalizzazioni , potrà dare maggiore tutela e
libertà ai consumatori e, insieme, più respiro e
dinamicità ad una economia resa asfittica anche (non
soltanto) dallo strapotere delle corporazioni che
regolano e ingabbiano pesantemente una serie di
attività nel nostro paese. Il caso delle farmacie non
è il solo, ma è esemplare. Solo in Italia la farmacia
è, fin dai tempi del Regno di Sardegna, una
concessione pubblica che diventa privata ed
ereditaria. E tale è rimasta nonostante i tentativi di
tutti i governi che, dall´Unità d´Italia in poi, hanno
tentato di mutarne il regime. Forse è per questo che
in Italia un´aspirina, tanto per fare un esempio,
costa il doppio che in Francia, e quattro volte più
che in Germania.
Io, dunque, sto dalla parte di chi tenta di
dare una possibilità di lavoro ai nostri giovani
farmacisti (finora costretti a subire i ricatti dei
proprietari delle farmacie), una maggiore possibilità
di lavoro ai nostri giovani avvocati
e, perché no?, una maggiore possibilità di lavoro ai
nostri giovani panificatori.Sto dalla parte degli
utenti, di coloro che vorrebbero trovare un taxi
quando ne hanno bisogno, comperare l´aspirina al
supermarket, non essere costretti a pagare per la
chiusura di un conto corrente, o la tariffa del notaio
per un semplice passaggio di proprietà di una
macchina, nuova o usata . Ma la liberalizzazione è di
destra o di sinistra ? Diciamo la verità: per molto
tempo (per almeno un paio di generazioni) il termine e
ciò che sottintende e rappresenta , è stato vissuto
come un proposito, un compito, un simbolo della
destra. Alla sinistra spettava, è spettato
storicamente, il compito di nazionalizzare o
municipalizzare una serie di servizi e attività. Alla
destra il compito di liberalizzare. Un compito cui la
destra, o meglio la destra italiana, per prudenza o
per viltà non ha mai assolto. Tanto meno la destra
berlusconiana, nonostante gli impegni assunti e i
ripetuti ammonimenti provenienti dall´Europa. E
allora, il compito è passato, imprevedibilmente, al
centrosinistra. Ed oggi grava tutto intero sulle
spalle del governo Prodi e del ministro Bersani che ha
legato il suo nome e il suo impegno alla
"liberalizzazione" di servizi e professioni. Un
compito e un obiettivo necessari per liberare il paese
da vecchi impacci e strozzature, e consentirne la
crescita. Ma che, per essere assolto a pieno richiede
alla sinistra il superamento di vecchi (e nobili) tabù
e l´acquisizione di una nuova cultura.
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Da Coop.it "Tu chiamale se vuoi corporazioni":
Lo dice l’Unione europea, lo conferma l’Antitrust. In
Italia sono troppi i privilegi concessi agli Ordini
professionali. E a pagare sono i cittadini e le
imprese. Il difficile cammino della riforma per
eliminare le tariffe minime e aprire alla pubblicità
Qualcuno le definisce corporazioni, altri caste. Per
il nostro ordinamento legislativo si chiamano "ordini
professionali". I perfezionisti preferiscono chiamarle
"professioni liberali". Ma per la gente comune sono
gli ingegneri che ci progettano le case, i notai che
ne certificano la compravendita, i ragionieri e i
commercialisti che le amministrano, gli avvocati, i
giornalisti, i medici e i farmacisti. Oltre un milione
e ottocentomila professionisti rigorosamente
inquadrati nella loro casella iper regolamentata dal
nume tutelare statale. Un’anacronistica anomalia in
cui l’Italia eccelle dando origine a quelle famose
"rendite di posizione" fonti di tanti vizi e poche
virtù. I vizi di un sistema di privilegi che frena lo
sviluppo e di "caste" che limitano la concorrenza.
Dalle esclusive e spesso ereditarie prerogative di
notai e farmacisti, alle rigide chiusure di alcune
professioni a cui è quasi impossibile accedere,
l’eccessiva regolamentazione degli ordini colpisce i
bilanci di famiglie e imprese, frena la
modernizzazione del sistema economico e sociale,
ingabbia tariffe e servizi dentro armature
protezionistiche inossidabili. Chi va alla disperata
ricerca di una farmacia nel proprio quartiere, forse
non sa che più della metà dei farmacisti non hanno una
farmacia.
Chiediamoci perché una parte cospicua del mutuo per
l’acquisto della casa debba andare nelle tasche del
notaio. E per quale motivo le cause civili in Italia
devono costare il doppio rispetto alla media europea.
Quello che serve è una legge di riforma degli ordini
che dia respiro alle potenzialità del mercato, lo
liberi dalle incrostazioni e lo aiuti a diventare più
dinamico e moderno». Lo dicono tutti. Quelli che la
riforma la vogliono radicale e quelli che sono
disposti a qualche generosa concessione. Ma per ora
non si è andati oltre una nuova normativa di accesso
agli albi che supera finalmente la vecchia legge
fascista del 1938 con la sua scandalosa prescrizione
totalitaria che imponeva la "specchiata condotta
morale e politica" dei candidati.
La presenza di una regolamentazione eccessiva
impedisce fra l’altro la libera circolazione dei
servizi in Europa. Come ha scritto Giuseppe Nicoletti,
direttore della divisione per l’analisi delle
politiche strutturali nel dipartimento economico
dell’OCSE, «mentre le imprese devono continuamente
migliorare l’efficienza dei propri processi e la
qualità e varietà dei prodotti per fare fronte alla
concorrenza estera, i prestatori di servizi possono
farne sovente a meno perché sono protetti dalle forti
barriere alla concorrenza create dagli ostacoli
regolamentari e amministrativi». Secondo le stime
della Commissione europea, se i servizi potessero
circolare liberamente sull’intero territorio
dell’Unione, l’Italia potrebbe usufruire di un aumento
fino al 30 per cento dei servizi scambiati con altri
paesi a costi inferiori. Ma sono decenni che se ne
parla, e ancora non ci siamo, nonostante le
raccomandazioni dell’Unione Europea, le numerose e
ripetute denuncie dell’Antitrust, i progetti di legge
avviati e mai conclusi. Gli interessi in ballo sono
enormi. Intanto milioni di professionisti sono in
attesa di entrare nel mercato del lavoro. Come ha
osservato l’economista Geminello Alvi, «gli ordini non
vanno aboliti, ma ricondotti alla loro sana natura di
associazioni liberali su base volontaria», superando
cioè quella norma assurda che, per poter svolgere la
professione, occorre l’iscrizione obbligatoria. Forse
le associazioni potrebbero essere di più e più agili,
con certificazioni di qualità e enti previdenziali
diversi. «Le regole della concorrenza, infatti, non
possono ritenersi incompatibili con l’esistenza delle
libere professioni e degli ordini – sostiene Francesca
Squillante a nome dell’Autorità garante della
concorrenza e del mercato –. Al contrario, tali regole
costituiscono uno strumento indispensabile per
favorire un continuo rinnovamento del settore».
La Commissione europea ha elaborato un indice sul
livello di regolamentazione delle professioni negli
stati dell’UE che ci colloca al secondo posto dopo la
Grecia. Tra il 2004 e il 2005 l’attività legislativa
in materia di servizi professionali ci ha visti
praticamente fermi in compagnia di Cipro, Finlandia e
Svezia. Solo che in Finlandia e Svezia l’unica
categoria iper regolamentata è quella dei farmacisti.
In Italia siamo in stallo perfetto e da Bruxelles
minacciano l’apertura di pesanti procedure di
infrazione se non ci mettiamo rapidamente al passo, in
particolare per quanto riguarda l’abolizione delle
tariffe minime delle prestazioni professionali.
Ed è proprio sui tariffari che si misura l’incisività
di una riforma. Antitrust e Commissione europea
concordano nel considerare i minimi tariffari un
ostacolo alla libera prestazione di servizi e alla
concorrenza. Gli ordini professionali, invece,
continuano a difenderli in nome della qualità della
prestazione trascurando il fatto che la qualità non si
può determinare a priori ma deve emergere al momento
dello svolgimento della prestazione e, quindi, come in
tutti i settori economici, dal confronto tra
prestazioni analoghe i cui arbitri sono gli utenti.
Ingegneri e architetti lamentano addirittura che
l’assenza di prezzi minimi possa condurre ad una
concorrenza al ribasso con la conseguente uscita dal
mercato di quei professionisti "più bravi" che non
ritengono abbastanza congruo il proprio onorario. Non
occorre aver studiato ad Harvard per cogliere la
debolezza di simili argomentazioni che, in realtà,
mascherano un chiaro intento protezionistico a cui i
consumatori dovrebbero adattarsi passivamente come
hanno sempre fatto. Insomma, se non si elimina la
potestà tariffaria degli ordini non ci sarà nessuna
riforma seria. Una posizione a lungo sostenuta da
Mario Monti finché è stato commissario europeo alla
concorrenza e affermava senza mezzi termini che «nei
paesi dove le libere professioni sono troppo
regolamentate e protette i costi sono molto più alti e
la qualità del servizio peggiore». Oggi la riforma è
impantanata in un lungo e controverso iter legislativo
che ha preso le mosse durante la scorsa legislatura
dal promettente lavoro della commissione Vietti senza
però riuscire a superare prevedibili quanto tenaci
resistenze. Uno dei capitoli su cui non sono mancati
gli ostacoli riguarda le cosiddette riserve di
attività – cioè quelle vere e proprie zone esclusive
che lo stato attribuisce alle categorie e ai vari
ordini professionali - molte delle quali non hanno più
senso di esistere, come la certificazione di alcuni
atti notarili o la vendita dei medicinali da banco
esclusivamente nelle farmacie. Spesso, sotto la
copertura di un presunto interesse pubblico, lo stato
finisce per tutelare meri interessi privati che si
traducono in evidenti svantaggi per la collettività in
quanto, frenando la concorrenza, tengono
artificialmente alti i costi.
Ma quanto può pesare la liberalizzazione delle tariffe
nelle tasche dei consumatori? I vantaggi sarebbero
diretti e indiretti. Quelli diretti sono percepibili
al momento della fruizione del servizio: se io posso
pagare meno della metà per un’aspirina o un 10 per
cento in meno per una consulenza legale ne traggo un
vantaggio immediato. Se agli avvocati, per esempio,
fosse permesso fornire i servizi di consulenza
fiscale, non sarei costretto a pagare anche il
commercialista. E così via. Ma c’è un altro aspetto da
considerare. Poiché i principali fruitori di servizi
professionali sono le imprese e poiché in Italia il
costo di questi servizi è sensibilmente maggiore
rispetto ad altre voci pur soggette a regolamentazione
come l’energia, le telecomunicazioni, i servizi
finanziari, è logico che i maggiori costi finiscono
poi per scaricarsi sui consumatori finali in termini
di prezzi di beni e servizi. Insomma, serve un
profondo ripensamento degli ordini il cui compito deve
essere essenzialmente quello di promuovere la
formazione e di vigilare sulla correttezza dei
comportamenti degli iscritti. Il resto spetta al
mercato. E allora, forse, anche in Italia, il carovita
viaggerà meno velocemente.