SUL
SETTIMANALE ECONOMICO-POLITICO "IL MONDO" UNA
INCHIESTA SULL'AVVOCATURA E SULL'A.N.P.A.
Qui
di seguito lo speciale sull'Avvocatura pubblicato da "Il
Mondo" in data 25.11.2005
http://www.ilmondo.rcs.it/
Titolo
"Tutti insieme, ma
contro tutti: le grandi guerre fra gli avvocati" del
Dott. Franco Stefanoni
Grandi manovre e nuove
spaccature per l'avvocatura italiana. Invece che stemperare il
clima agitato della categoria forense, il congresso nazionale
che si è svolto a Milano dall'11 al 13 novembre ha infatti
riacceso gli animi. Sono aumentati i problemi di
rappresentanza, emerse lotte intestine, scontri tra
associazioni. All'appuntamento milanese l'obiettivo centrale
era riavvicinare le principali anime sindacali e ordinistiche.
È accaduto il contrario. Quella dell'11-13 è stata peraltro
la prima tappa di un congresso diviso in due, cosa senza
precedenti: a Milano l'obiettivo era di elaborare una
piattaforma di riforme da presentare alla classe politica in
vista delle elezioni del 2006. Il prossimo giugno, a Roma, la
seconda tappa, con lo scopo di votare i vertici dell'Oua
(Organismo unitario dell'avvocatura), uno dei due pilastri
istituzionali della categoria (l'altro è l'Ordine
professionale con il Consiglio nazionale forense guidato da
Guido Alpa), e valutare con i partiti vincitori l'agenda delle
questioni dell'avvocatura. In realtà, il vero nodo a Milano
è stato il tentativo di cambiare lo statuto che regola l'Oua,
il soggetto di rappresentanza politica degli avvocati
presieduto da Michelina Grillo (vicina ad An). I legali
italiani infatti, a differenza di altre categorie
professionali che si riconoscono pubblicamente solo
nell'Ordine di appartenenza, dal 1995 hanno scisso in due la
rappresentanza: al Cnf resta il compito di tutelare l'albo
(accesso, disciplina, formazione), mentre all'Oua, che in
teoria rappresenta tutti i 160 mila iscritti all'albo (110
mila in esercizio), spetta il ruolo di interlocutore delle
istituzioni. Le principali associazioni sindacali non
si riconoscono tuttavia in quest'ultimo organismo. E
nemmeno alcuni ordini, come quello di Roma (vedere box nella
pagina a fianco). Da qui è partita la sua mozione per
svuotare di fatto l'organismo unitario, consegnando al Cnf la
rappresentanza politica. Un'altra mozione (Ordine di Brescia)
mirava a eliminare l'Oua del tutto. Entrambe sono state
bocciate, ma con margini non ampi. I più duri contro l'Oua
sono l'Ucp (avvocati penalisti) guidata da Ettore Randazzo, l'Aiga
del neopresidente Valter Militi, l'Uncc (camere civili)
rappresentata da Salvatore Grimaudo e l'Anpa
(l'associazione dei praticanti e degli avvocati, che ha
addirittura diffidato ufficialmente gli associati ad andare al
congresso di Milano «pena decadenza immediata da ogni
incarico »), con a capo Gaetano Romano
(vedere schede in queste pagine). A Milano, come era accaduto
anche nei precedenti congressi, l'Ucp non è nemmeno andata.
«Siamo nati prima dell'Oua e sappiamo muoverci da soli»,
dice Randazzo, «si potrebbe realizzare una federazione
associativa, ma noi penalisti siamo considerati un po' una
categoria a parte». Di fatto, sono i penalisti che da 11 anni
non riconoscono legittimità all'Oua. In vista del congresso
di Milano, per la prima volta Randazzo aveva concesso
un'apertura con l'obiettivo di conquistare più spazio
sindacale. Ma dopo pochissimo ha fatto marcia indietro. Una
contestazione diffusa è che nelle situazioni che contano,
come le audizioni in commissione giustizia in Parlamento o in
sedi governative, l'organismo unitario è convocato alla pari
di Cnf, Ucp, Aiga, Uncc o altri raggruppamenti. Non dovrebbe
essere così, perché l'Oua rappresenta formalmente tutti. Così
anche l'Aiga, che dal 2002 è uscita dall'organismo unitario,
ha disertato l'appuntamento milanese. Solo Militi si è
presentato, ma ora commenta: «Il congresso ha fallito gli
obiettivi, ci sentiamo più estranei di prima». A pesare sono
anche vecchie polemiche, come quelle sulla guida
dell'organismo: a molti infatti non era andato giù che nel
2003 a Grillo fosse bastata una trentina di voti per diventare
il rappresentante numero uno di quelli che oggi sono 160 mila
colleghi. «Al congresso di Milano abbiamo protestato», dice
Grimaudo dell'Uncc, «ma è stato inutile, c'è troppa
confusione tra il ruolo del Cnf e quello dell'Oua». Su questo
punto anche Mario Papa, che nello scorso ottobre ha lasciato
la presidenza dell'Aiga ed è un possibile candidato del
centrosinistra alle politiche del 2006, in passato si è
battuto in modo aspro. La sua avversità nei confronti
dell'organismo guidato da Grillo, nell'ultimo congresso di
Napoli dell'Aiga, ha fatto sì che in oltre un'ora di
intervento pubblico sia riuscito nell'ardua impresa di non
pronunciare mai la parola Oua. Attualmente il vertice
dell'organismo unitario (che verrà appunto rinnovato nella
primavera 2006 al congresso bis di Roma) è eletto da circa 80
avvocati votati dall'assemblea congressuale (circa 900
delegati inviati dagli ordini locali, che non votano però
collegialmente, ma in modo che ciascuno dei 26 distretti
giudiziari in cui è divisa l'Italia elegga i propri
rappresentanti). Qualche Ordine è polemicamente assente o
dissidente, come Vercelli, Genova, Ravenna, Piacenza e
Ferrara. In passato lo era anche l'Ordine di Roma (oltre 18
mila iscritti), guidato da Federico Bucci: non partecipa da
anni ai congressi (con cause in tribunale per i contributi non
versati al Cnf). Ora che il presidente è Alessandro Cassiani
lo strappo sembrava ricucito. Non è stato così. Anche perché
l'Ordine di Roma, il più grande e potente d'Italia, è
spaccato al proprio interno. Il consigliere segretario
Domenico Condello a Milano si è presentato, in dissidio con
Cassiani (è suo avversario alle elezioni forensi romane del
prossimo gennaio), proponendo l'abolizione dell'incompatibilità
tra ruolo di consigliere di Ordine e membro dell'Oua. Ma una
delle accuse rivolte a quest'ultimo è proprio la sua ambiguità
nei confronti dei 166 ordini (che finanziano l'Oua pagando da
600 a oltre 100 mila euro ciascuno, per un ammontare di circa
500 mila euro). Alla fine niente di fatto nemmeno qui. Regole
elettive e assetto dell'Oua sono rimasti inalterati. «L'80%
della categoria è con me», sostiene la bolognese Grillo, «anche
se capisco che qualcuno si senta penalizzato ». Tra questi si
aggiunge l'Anpa (gli iscritti esercitano la
professione al massimo da sei anni). Il fatto è che pure tra
associazioni limitrofe il dialogo scarseggia. Il presidente
Romano, che vorrebbe una rappresentanza diretta delle
associazioni, dice per esempio dell'Aiga: «Non abbiamo
rapporti con loro». A sua volta Militi, che
dell'Aiga è il numero uno, risponde sull'Anpa: «Hanno un
comportamento che lascia perplessi». E Grimaudo
dell'Uncc: «Al congresso, Militi ha fatto un discorso
incomprensibile». Il dibattito fra gruppi e componenti è
acceso anche in materia di riforma professionale.A Milano,
mentre veniva contestato il ministro Roberto Castelli,
accusato di riportare dati troppo ottimistici sulla giustizia,
associazioni e ordini hanno sollecitato riforme su tariffe,
previdenza, accesso alla professione, deontologia, rapporti
con l'Ue, ordinamento giudiziario, società di capitali. Ogni
sottogruppo associativo (come lavoro, fiscale, amministrativo,
penale, famiglia) ha avanzato poi proprie richieste
particolari. Alla fine sono state approvate (secondo alcuni in
modo generico) mozioni su formazione, circoscrizioni
giudiziarie, indennizzi assicurativi, privacy,
antiriciclaggio, unificazione dei procedimenti civili.
Innanzitutto la formazione è ritenuta insufficiente e il
sistema tariffario (che pure ha visto un anno fa aumenti del
25%) non sempre in linea con i tempi. Ma soprattutto è
l'accesso a preoccupare. Ogni anno gli iscritti aumentano di
circa il 10% e la categoria scoppia, con ricadute sulla
distribuzione del lavoro. Solo nella competenza di Napoli, per
esempio, ci sono circa 5 mila praticanti. Buona parte delle
associazioni forensi concorda dunque sull'introduzione del
numero programmato degli iscritti (come accade per i medici),
con selezione all'università. Ma c'è chi dissente. I
giovani dell'Anpa appoggiano la liberalizzazione del mestiere:
abolizione delle tariffe minime, esclusione di contributi
previdenziali per i primi sei anni di iscrizione all'albo,
accesso più flessibile. Quest'ultimo aspetto, dopo
gli scandali degli esami di Stato copiati e il cosiddetto
turismo forense (prove facili a Catanzaro, molto difficili a
Milano), è stato di recente riformato. Oggi le prove scritte
di una città sede di Corte d'appello vengono corrette da
un'altra città. Così nel 2004 gli esami di Messina (dove
passava il 70%) sono stati corretti a Brescia che ha ridotto
le promozioni al 27%, mentre a Napoli hanno corretto i compiti
di Milano (dove passava il 15-20%) promuovendo oltre il 70%
dei candidati. La media italiana di promossi agli
scritti è ora scesa al 43%. Troppo bassa, dice l'Anpa.
In ultimo, l'arena congressuale ha dato il via alle grandi
manovre sul prossimo scacchiere politico di categoria. Nel
maggio 2007 si voterà infatti per il presidente del Cnf.
L'attuale numero uno, Alpa, non dovrebbe ricandidarsi e al suo
posto vorrebbe andare Maurizio de Tilla (vicino ad An), oggi a
capo della Cassa nazionale di previdenza forense (in scadenza
nel 2007). Un altro candidato sarebbe Nicola Buccico
(anch'egli in quota An), già presidente dello stesso Cnf, che
nei prossimi mesi lascerà il Consiglio superiore della
magistratura dove ha sperato invano di diventare
vicepresidente. Alla Cassa previdenziale, al posto di de Tilla
(che dopo tre mandati non può ricandidarsi), aspira ad andare
Paolo Giuggioli, ora presidente dell'Ordine forense di Milano,
legato a Vincenzo La Russa, nell'autunno 2004 avversario di de
Tilla alla presidenza della Cassa.